La trappola dell'astemio
Di Napo
Da un po’ di tempo a questa parte, ringrazio sempre.
C’è stato un periodo (terminato circa 3 o 4 anni fa) in cui se mi offrivano da bere mettevo fuori una espressione che sembrava voler dire, OH MA TE CHE CAZZO VUOI?
Anzi a dire la verità, a volte rispondevo proprio in questa maniera.
Non ritenevo che offrirmi da bere fosse un gesto di cortesia, al massimo un modo per sopperire al fatto che gli altri non conoscono nessun altro modo per mettere in comune qualche cosa.
Però comunque leggevo dietro l’offerta di una birra, o di un cotteil, un modo per sottolineare il fatto che il mio tasso di sincronia con la situazione fosse estremamente basso.
Perché lo sapete, no?
Lo notate anche voi?
Che senza tutto questo trambusto tra il bevo, l’offro, il condivido, l’andiamo a bere eccetera,
voi sareste costretti ad inventarvi altri modi per riempire degli spazi vuoti.
Chi beve il tè sono i vecchi, i froci e gli ammalati.
Con l’acqua ci si lava.
L’acqua fa la ruggine.
Io non bevo qualcosa in cui dentro ci scopano i pesci.
Ed io non baso le mie scelte sui detti, i proverbi ed i modi di dire.
Però sono curioso più che permaloso, quindi sto sempre in mezzo a gente che beve, quindi sono abituato, quindi posso dire anche grazie tanto non mi costa niente.
Anzi, posso fare molto di più.
Per dare ancora più credibilità alla mia contrizione dovuta al rifiuto del nettare dell’amicizia (o dell’amore in molti casi) mi immagino di essere un degustatore di brandy inglese seduto nella sua poltrona trapuntata purpurea, vestito da cacciatore e che guarda sul tavolino di legno di mogano una brocca piena di scotch desiderando gustarne un bicchiere per sigillare il momento della fine della sua battuta di caccia alla volpe MA non può farlo perché scopre di essere astemio (rumore di rappresentazione che si disgrega)?
No.
Non riesco a fingere bene la contrizione.
Era per dire che cerco di immaginare come sarei dispiaciuto di non poter bere,se fossi al vostro posto.
Però non importa perché tanto non vi accorgete delle sfumature del dispiacere altrui, no?
Anche se a dire il vero non capisco bene se il NON BERE, rispetto al bere, provocherebbe in voi dispiacere, indifferenza, scomodità o quale altra sensazione.
Come potreste sentirvi NON BEVENDO in un momento in cui di solito berreste?
Il risultato è comunque sempre lo stesso.
-voi state perfettamente dentro ad una situazione e anche se siete alterati e siete di fatto la parte oggettiva e normale della socialità.
-io non capisco e risulto artificioso, stridente, macchinoso, alterato.
Cosa posso fare per capire?
Semplice.
Mi prendo una sbronza.
(questo è successo qualche tempo fa)
Quattro cotteil.
Di cui due tutti in un fiato.
Offerti.
Ad un concerto.
E ho capito.
Non cambia assolutamente niente.
Da sbronzo ero sempre macchinoso come da sobrio.
Andavo a vomitare sempre nello stesso posto, di fianco alla ruota di un furgone.
Metodico.
Chi parlava con me percepiva chiaramente che qualcosa stava funzionando in maniera poco chiara, esattamente come quando sono sobrio.
Stridente.
Non sono riuscito a combinare nessuna particolare gag.
In ogni caso l’azione svolta non ha portato integrazione.
Quindi l’alcool non c’entra niente, sappiatelo.
E fidatevi di quello che dico, perché la vostra integrazione va a discapito della vostra comprensione.
Nel senso che per raggiungere il mio punto di vista dovreste farvi 23 anni completamente sobri; non vi basta una sera, come è bastata a me per comprendere voi.
Perché?
Perché voi siete adusi ad una pratica molto accessibile e diffusa, quella del bere.
Le chiavi per la comprensione di quello che fate nei uichend con quei bicchieri sono disseminate ovunque, nei discorsi, nella letteratura contemporanea e antica, nei detti, nei proverbi, negli articoli di giornale, nelle opinioni dozzinali della gente, nelle botti di rovere, nelle vigne e nelle cantine sociali.
Le chiavi per la comprensione di quello che faccio io, invece?
Dove stanno?
Ci pensavo proprio mentre lavoravo tra i filari della malvasia, l’altra estate.
Negli ultimi anni ho fatto varie vendemmie.
Ho imbottigliato spumanti in cantina sociale.
Ho fatto manutenzione alle vigne.
Ho pestato l’uva con i piedi.
Ho lavorato come barista alla bocciofila.
Per questo non saprei dirvi se sono assorbito più da VOI liquidi o da me asciutto.
E poi torniamo alla situazione sociale dell’offerta, del bere, dell’amicizia e dell’amore.
Sembra che nessuno, a parte me,vista l’evidente macchinosità della metafora del cacciatore inglese e del suo uischi, in questa situazione si sta curando del proprio output sociale.
Anzi, mi correggo.
Ci sono differenti modi di curarsi del proprio output sociale.
Come esistono diversi linguaggi con i quali si fa un discorso.
Le differenze tra un sobrio costante e un bevitore non sono sostanziali, sono dettagli che vengono amplificati da una serie di detti e luoghi comuni che peggiorano la comunicazione.
Quello che mette in difficoltà un sobrio è appunto il fatto di essere sempre per lo più da solo.
Allearsi con altri sobri è ancora peggio che stare seduti al tavolo di una birreria veneta il sabato sera a fare i compiti delle vacanze mentre gli altri si spaccano i bicchieri in testa e non hanno intenzione di parlare con te.
Non scherzo.
È successo.
Riflettendoci sono arrivato alla conclusione che per considerarmi astemio con una ideologia dietro e dei sani principi davanti dovrei cominciare a ragionare per dicotomie:
Sobrio bene.
Ubriaco MALE.
Situazioni sociali che necessitano alcool per funzionare MALE.
Ragazza che mi offre da bere per iniziare conversazione TROIA.
Ragazzo che mi offre da bere per fare ballotta RITARDATO.
Nel momento stesso in cui penso certe frasi, la mia macchinosità le mette su banco di prova, le sottopone ai crash test di rito, e le vede andare in pezzi più velocemente dei 10 comandamenti.
Tra parentesi, la macchinosità serve a qualche cosa.
Non riesco a sostenere i principi dell’astemismo (vocabolo inventato).
Cadono subito.
Ma allora perché continuo ad ostinarmi a non bere?
Non è abbastanza scomodo dover far finta di sostenere una ideologia (quella dell’astemio) quando mi viene fatta la domanda “scusa perché scegli di non bere?”?
Ho una vasta gamma di risposte che do di solito, a questo genere di domande,
ecco degli esempi:
risposta numero uno
-mi fa schifo il sapore dell’alcool (menzogna, mi gratta un po’ in gola e basta, sono cose che si superano con un po’ di pratica)
risposta numero due:
-sono straightedge (dopo questa di solito l’interlocutore smette di parlarmi, e non ha tutti i torti)
risposta numero tre:
-devo guidare…..ah allora è solo stasera che non bevi?
No, è che faccio il tassista.
(non sono credibile quando fingo dispiaciutezza figuriamoci quando fingo tassisticità )
risposta numero quattro:
-va bene ti spiegherò tutto per filo e per segno…..e comincio a spiegare quello che sto spiegando a voi adesso, solo che, per differenze di contesto che gli interlocutori non sono assolutamente in grado di ignorare, voi mi concedete più attenzione rispetto al falso curioso “tipo” che in una situazione sociale normale mi chiede “e tu perché non bevi?”
Quindi capiscano lorsignori che non si tratta di ideologia e non si tratta di ragionamenti che stanno in piedi.
Sono scelte che a me sembrano perfettamente lecite e plausibili,ma quando si tratta di esporle a secondi o terzi, non riesco a finire il discorso senza forzatura e macchinosità.
E comunque Forzare e Macchinare sono termini che utilizzo per parlare con voi, per velocizzare la comunicazione visto che non avete tempo da dedicare all’apprendimento di come si comportano gli altri.
Per me il macchinismo è naturale come un formicaio, come l’uranio, l’argilla, il computer, o preferire una ragazza che sa costruirsi un armadio con le ante.
Ecco.
Un esempio che posso farvi, che non calza immediatamente, ma che calzerà se avrete voglia di pensarci un po’su domani è quello della mia morosa del liceo.
Come me era abituata a camminare parecchio, quindi camminavamo sempre.
Ovunque.
Spesso, nella cittadina dove stavamo, passavamo davanti a negozi di scarpe e vestiti.
Un classico.
Voglio vedere queste scarpe, dice lei.
Ancora vestiti che palle, dice lui.
E invece no.
Sono sempre entrato nei negozi e nelle boutiques dozzinali tipiche della provincia, nei centri commerciali, nelle mercerie, insomma, in tutti quei posti noiosi dove apparentemente non c’è nulla di interessante.
La mia morosa all’inizio si faceva scrupolo mi diceva ma sei sicuro di voler venire? Oppure facciamo un saltino e basta….
Poi dopo un po’ era diventata cosa normale.
Non frequente.
Da invasati come fanno certe coppie.
Normale.
Punto.
L’intento mio era di poterla osservare in una situazione per lei sicuramente importante, in modo da poterla conoscere a fondo.
E tutto questo vale di certo quel poco di noia che un negozio di vestiti può contenere.
Il fatto è che la NOIA del negozio di vestiti viene caricata in modo spasmodico da tutta una serie di detti, proverbi, modi di dire e allusioni provenienti da quello che è l’epos più superficiale della vita di coppia, la mitologia imprescindibile dettata nelle riunioni omoerotiche di un post-partita di calcetto, o di un cesso femminile della discoteca.
Quindi il entrando in un negozio di scarpe con la mia ragazza, sconfiggevo la prassi relazionale di Cosmopolitan (o dei test di Cioè in alcuni casi) semplicemente stando fermo in un luogo dove non dovevo fare niente.
Col tempo poi ho calcato la mano.
Bisogna essere degli stilisti gay per capire le linee di tendenza dell’abbigliamento femminile? (che in molti casi corrispondono alle linee di pensiero)
Volete lasciare in mano ad uno stilista gay a cui NON interessano le ragazze (o per lo meno non gli interessano quanto interessano a me), le chiavi di comprensione dei ragionamenti delle ragazze?
Ditemi che ragiono in modo assurdo, ditemi che sono stupido, o ditemi che sono gay se volete fare poco sforzo.
In parallelo come funziona questo esempio?
Si tratta sempre di essere naturalmente portati a fare o non fare determinate cose che gli altri fanno senza farsi domande, per poi dover spiegare a tutti cosa e perché lo fai, andando inesorabilmente incontro a delle interpretazioni distorte e poco attente.
Appunto.
Le vostre interpretazioni poco attente.
Potrei essere una persona irascibile e vivere male mie peculiarità inspiegabili colpevolizzando gli altri, ma a me piacciono le mie peculiarità.
Oppure potrei essere una persona comprensiva che capisce che gli altri non possono essere attenti a tutto, se non fosse che io ritengo da penalizzarsi la non attenzione.
Eliminiamo le dicotomie e le categorie dunque.
Sarà più difficile spiegarsi ma almeno la relazione sarà quella che effettivamente è.
Ed eccomi qui, in trappola.
Senza principi che aprano la gabbia o definizioni che rendano agevole la risalita del trabocchetto.
Ed eccovi qui anche voi,ormai avete sentito tutto, quindi presto o tardi, in parte o del tutto comincerete, non solo a chiedervi perché state facendo qualcosa, ma anche a capirlo.
E poi a collegarlo a tutte le altre azioni che svolgete.
E poi a collegare le vostre azioni a quelle degli altri.
Sarete inebriati solamente nel volgere lo sguardo verso una persona che alza un bicchiere.
Non riuscirete MAI in nessun modo condividere questa sensazione con altre persone.
Questa è, in definitiva, la trappola dell’astemio.
C’è stato un periodo (terminato circa 3 o 4 anni fa) in cui se mi offrivano da bere mettevo fuori una espressione che sembrava voler dire, OH MA TE CHE CAZZO VUOI?
Anzi a dire la verità, a volte rispondevo proprio in questa maniera.
Non ritenevo che offrirmi da bere fosse un gesto di cortesia, al massimo un modo per sopperire al fatto che gli altri non conoscono nessun altro modo per mettere in comune qualche cosa.
Però comunque leggevo dietro l’offerta di una birra, o di un cotteil, un modo per sottolineare il fatto che il mio tasso di sincronia con la situazione fosse estremamente basso.
Perché lo sapete, no?
Lo notate anche voi?
Che senza tutto questo trambusto tra il bevo, l’offro, il condivido, l’andiamo a bere eccetera,
voi sareste costretti ad inventarvi altri modi per riempire degli spazi vuoti.
Chi beve il tè sono i vecchi, i froci e gli ammalati.
Con l’acqua ci si lava.
L’acqua fa la ruggine.
Io non bevo qualcosa in cui dentro ci scopano i pesci.
Ed io non baso le mie scelte sui detti, i proverbi ed i modi di dire.
Però sono curioso più che permaloso, quindi sto sempre in mezzo a gente che beve, quindi sono abituato, quindi posso dire anche grazie tanto non mi costa niente.
Anzi, posso fare molto di più.
Per dare ancora più credibilità alla mia contrizione dovuta al rifiuto del nettare dell’amicizia (o dell’amore in molti casi) mi immagino di essere un degustatore di brandy inglese seduto nella sua poltrona trapuntata purpurea, vestito da cacciatore e che guarda sul tavolino di legno di mogano una brocca piena di scotch desiderando gustarne un bicchiere per sigillare il momento della fine della sua battuta di caccia alla volpe MA non può farlo perché scopre di essere astemio (rumore di rappresentazione che si disgrega)?
No.
Non riesco a fingere bene la contrizione.
Era per dire che cerco di immaginare come sarei dispiaciuto di non poter bere,se fossi al vostro posto.
Però non importa perché tanto non vi accorgete delle sfumature del dispiacere altrui, no?
Anche se a dire il vero non capisco bene se il NON BERE, rispetto al bere, provocherebbe in voi dispiacere, indifferenza, scomodità o quale altra sensazione.
Come potreste sentirvi NON BEVENDO in un momento in cui di solito berreste?
Il risultato è comunque sempre lo stesso.
-voi state perfettamente dentro ad una situazione e anche se siete alterati e siete di fatto la parte oggettiva e normale della socialità.
-io non capisco e risulto artificioso, stridente, macchinoso, alterato.
Cosa posso fare per capire?
Semplice.
Mi prendo una sbronza.
(questo è successo qualche tempo fa)
Quattro cotteil.
Di cui due tutti in un fiato.
Offerti.
Ad un concerto.
E ho capito.
Non cambia assolutamente niente.
Da sbronzo ero sempre macchinoso come da sobrio.
Andavo a vomitare sempre nello stesso posto, di fianco alla ruota di un furgone.
Metodico.
Chi parlava con me percepiva chiaramente che qualcosa stava funzionando in maniera poco chiara, esattamente come quando sono sobrio.
Stridente.
Non sono riuscito a combinare nessuna particolare gag.
In ogni caso l’azione svolta non ha portato integrazione.
Quindi l’alcool non c’entra niente, sappiatelo.
E fidatevi di quello che dico, perché la vostra integrazione va a discapito della vostra comprensione.
Nel senso che per raggiungere il mio punto di vista dovreste farvi 23 anni completamente sobri; non vi basta una sera, come è bastata a me per comprendere voi.
Perché?
Perché voi siete adusi ad una pratica molto accessibile e diffusa, quella del bere.
Le chiavi per la comprensione di quello che fate nei uichend con quei bicchieri sono disseminate ovunque, nei discorsi, nella letteratura contemporanea e antica, nei detti, nei proverbi, negli articoli di giornale, nelle opinioni dozzinali della gente, nelle botti di rovere, nelle vigne e nelle cantine sociali.
Le chiavi per la comprensione di quello che faccio io, invece?
Dove stanno?
Ci pensavo proprio mentre lavoravo tra i filari della malvasia, l’altra estate.
Negli ultimi anni ho fatto varie vendemmie.
Ho imbottigliato spumanti in cantina sociale.
Ho fatto manutenzione alle vigne.
Ho pestato l’uva con i piedi.
Ho lavorato come barista alla bocciofila.
Per questo non saprei dirvi se sono assorbito più da VOI liquidi o da me asciutto.
E poi torniamo alla situazione sociale dell’offerta, del bere, dell’amicizia e dell’amore.
Sembra che nessuno, a parte me,vista l’evidente macchinosità della metafora del cacciatore inglese e del suo uischi, in questa situazione si sta curando del proprio output sociale.
Anzi, mi correggo.
Ci sono differenti modi di curarsi del proprio output sociale.
Come esistono diversi linguaggi con i quali si fa un discorso.
Le differenze tra un sobrio costante e un bevitore non sono sostanziali, sono dettagli che vengono amplificati da una serie di detti e luoghi comuni che peggiorano la comunicazione.
Quello che mette in difficoltà un sobrio è appunto il fatto di essere sempre per lo più da solo.
Allearsi con altri sobri è ancora peggio che stare seduti al tavolo di una birreria veneta il sabato sera a fare i compiti delle vacanze mentre gli altri si spaccano i bicchieri in testa e non hanno intenzione di parlare con te.
Non scherzo.
È successo.
Riflettendoci sono arrivato alla conclusione che per considerarmi astemio con una ideologia dietro e dei sani principi davanti dovrei cominciare a ragionare per dicotomie:
Sobrio bene.
Ubriaco MALE.
Situazioni sociali che necessitano alcool per funzionare MALE.
Ragazza che mi offre da bere per iniziare conversazione TROIA.
Ragazzo che mi offre da bere per fare ballotta RITARDATO.
Nel momento stesso in cui penso certe frasi, la mia macchinosità le mette su banco di prova, le sottopone ai crash test di rito, e le vede andare in pezzi più velocemente dei 10 comandamenti.
Tra parentesi, la macchinosità serve a qualche cosa.
Non riesco a sostenere i principi dell’astemismo (vocabolo inventato).
Cadono subito.
Ma allora perché continuo ad ostinarmi a non bere?
Non è abbastanza scomodo dover far finta di sostenere una ideologia (quella dell’astemio) quando mi viene fatta la domanda “scusa perché scegli di non bere?”?
Ho una vasta gamma di risposte che do di solito, a questo genere di domande,
ecco degli esempi:
risposta numero uno
-mi fa schifo il sapore dell’alcool (menzogna, mi gratta un po’ in gola e basta, sono cose che si superano con un po’ di pratica)
risposta numero due:
-sono straightedge (dopo questa di solito l’interlocutore smette di parlarmi, e non ha tutti i torti)
risposta numero tre:
-devo guidare…..ah allora è solo stasera che non bevi?
No, è che faccio il tassista.
(non sono credibile quando fingo dispiaciutezza figuriamoci quando fingo tassisticità )
risposta numero quattro:
-va bene ti spiegherò tutto per filo e per segno…..e comincio a spiegare quello che sto spiegando a voi adesso, solo che, per differenze di contesto che gli interlocutori non sono assolutamente in grado di ignorare, voi mi concedete più attenzione rispetto al falso curioso “tipo” che in una situazione sociale normale mi chiede “e tu perché non bevi?”
Quindi capiscano lorsignori che non si tratta di ideologia e non si tratta di ragionamenti che stanno in piedi.
Sono scelte che a me sembrano perfettamente lecite e plausibili,ma quando si tratta di esporle a secondi o terzi, non riesco a finire il discorso senza forzatura e macchinosità.
E comunque Forzare e Macchinare sono termini che utilizzo per parlare con voi, per velocizzare la comunicazione visto che non avete tempo da dedicare all’apprendimento di come si comportano gli altri.
Per me il macchinismo è naturale come un formicaio, come l’uranio, l’argilla, il computer, o preferire una ragazza che sa costruirsi un armadio con le ante.
Ecco.
Un esempio che posso farvi, che non calza immediatamente, ma che calzerà se avrete voglia di pensarci un po’su domani è quello della mia morosa del liceo.
Come me era abituata a camminare parecchio, quindi camminavamo sempre.
Ovunque.
Spesso, nella cittadina dove stavamo, passavamo davanti a negozi di scarpe e vestiti.
Un classico.
Voglio vedere queste scarpe, dice lei.
Ancora vestiti che palle, dice lui.
E invece no.
Sono sempre entrato nei negozi e nelle boutiques dozzinali tipiche della provincia, nei centri commerciali, nelle mercerie, insomma, in tutti quei posti noiosi dove apparentemente non c’è nulla di interessante.
La mia morosa all’inizio si faceva scrupolo mi diceva ma sei sicuro di voler venire? Oppure facciamo un saltino e basta….
Poi dopo un po’ era diventata cosa normale.
Non frequente.
Da invasati come fanno certe coppie.
Normale.
Punto.
L’intento mio era di poterla osservare in una situazione per lei sicuramente importante, in modo da poterla conoscere a fondo.
E tutto questo vale di certo quel poco di noia che un negozio di vestiti può contenere.
Il fatto è che la NOIA del negozio di vestiti viene caricata in modo spasmodico da tutta una serie di detti, proverbi, modi di dire e allusioni provenienti da quello che è l’epos più superficiale della vita di coppia, la mitologia imprescindibile dettata nelle riunioni omoerotiche di un post-partita di calcetto, o di un cesso femminile della discoteca.
Quindi il entrando in un negozio di scarpe con la mia ragazza, sconfiggevo la prassi relazionale di Cosmopolitan (o dei test di Cioè in alcuni casi) semplicemente stando fermo in un luogo dove non dovevo fare niente.
Col tempo poi ho calcato la mano.
Bisogna essere degli stilisti gay per capire le linee di tendenza dell’abbigliamento femminile? (che in molti casi corrispondono alle linee di pensiero)
Volete lasciare in mano ad uno stilista gay a cui NON interessano le ragazze (o per lo meno non gli interessano quanto interessano a me), le chiavi di comprensione dei ragionamenti delle ragazze?
Ditemi che ragiono in modo assurdo, ditemi che sono stupido, o ditemi che sono gay se volete fare poco sforzo.
In parallelo come funziona questo esempio?
Si tratta sempre di essere naturalmente portati a fare o non fare determinate cose che gli altri fanno senza farsi domande, per poi dover spiegare a tutti cosa e perché lo fai, andando inesorabilmente incontro a delle interpretazioni distorte e poco attente.
Appunto.
Le vostre interpretazioni poco attente.
Potrei essere una persona irascibile e vivere male mie peculiarità inspiegabili colpevolizzando gli altri, ma a me piacciono le mie peculiarità.
Oppure potrei essere una persona comprensiva che capisce che gli altri non possono essere attenti a tutto, se non fosse che io ritengo da penalizzarsi la non attenzione.
Eliminiamo le dicotomie e le categorie dunque.
Sarà più difficile spiegarsi ma almeno la relazione sarà quella che effettivamente è.
Ed eccomi qui, in trappola.
Senza principi che aprano la gabbia o definizioni che rendano agevole la risalita del trabocchetto.
Ed eccovi qui anche voi,ormai avete sentito tutto, quindi presto o tardi, in parte o del tutto comincerete, non solo a chiedervi perché state facendo qualcosa, ma anche a capirlo.
E poi a collegarlo a tutte le altre azioni che svolgete.
E poi a collegare le vostre azioni a quelle degli altri.
Sarete inebriati solamente nel volgere lo sguardo verso una persona che alza un bicchiere.
Non riuscirete MAI in nessun modo condividere questa sensazione con altre persone.
Questa è, in definitiva, la trappola dell’astemio.

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