Buoni Propositi Per L'Anno Nuovo
Conversazione via mail con Giorgio Fontana, autore di Buoni Propositi Per L'Anno Nuovo, romanzo uscito per Mondadori Editori, 2007. Giorgio collabora anche con alcune riviste online, tra cui non ultime Eleanore Rigby e Bottega di lettura, ma suoi interventi compaiono su molte altre pagine. Tra le sue esperienze musicali, spicca quella di lead guitarist nel duo La Volta Che Sono Diventato Triste.M: Mi spieghi le citazioni con cui inizia il tuo romanzo? Che relazione hanno con il tema della tua opera?
G: Mettiamola così: le due citazioni funzionano da assi cartesiani. Quella di Leopardi evoca la storia in senso temporale, quella di Rilke in senso “poetico”. Se le incroci, salta fuori lo spazio in cui ho ficcato gli eventi.
Entrando nel dettaglio... Il Dialogo di un venditore d’almanacchi è uno dei testi più usurati di Leopardi, eppure rende ancora il suo servizio. Un mio amico, Andrea Tarabbia, mi ha fatto notare che l’intero romanzo è costruito come un continuo countdown — il tempo è sempre scandito (“Alle ore x, Jules fa questo”, “Il giorno dopo, Andrea fa quest’altro”) e questo tempo procede vertiginosamente verso un punto, che poi è il punto d’incontro (e di crollo delle illusioni). Forse per questo la citazione di Leopardi trova un senso. Continuiamo a proiettare desideri su un tempo che è sempre lo stesso — l’anno nuovo non è mai nuovo, è solo un frammento ulteriore dello stesso nastro.
Al contrario, Rilke dice che viviamo di immagini. Nel romanzo, sia Jules che Andrea (Andrea in particolare) vivono di idee sulle cose, più che di cose stesse: l’uno perché incapace di toccarle davvero, l’altro perché dipendente da un mondo del tutto mentale. Questo è sconcertante, e c’è un momento in cui ci prende la smania di afferrare la realtà. In cui vogliamo fare nostri i brani di mondo che ci sfiorano. Qui ci sarebbero molte sfumature da approfondire (messa così la questione suona piuttosto banale), ma non è il caso. Mi limito a dire che tutto il romanzo si muove in questa direzione. Strappare il velo d’immagini da ciò che i due personaggi considerano la realtà autentica.
In questo senso i due eserghi si completano: tagliano fuori uno spazio di speranza — anche se poi questa speranza verrà disillusa.
M: I due protagonisti del tuo romanzo hanno in comune il fatto di avere un vizio che, in qualche modo, li allontana dagli altri: la chat per Andrea, il poker per Jules. Perché hai scelto il poker e la chat? Hanno qualche significato simbolico? Li riconosci come minacce realistiche ai Valori Dell’Occidente? Il conflitto che vive Andrea è legato alla chat, mentre quello che vive Jules sembra più un retaggio della sua famiglia. È una cosa voluta?
G: I due vizi sono venuti fuori per caso. Ci credi? Volevo che i due protagonisti fossero in qualche modo emarginati, ma non sapevo ancora come concretizzare le loro forme di emarginazione. La chat è venuta fuori quasi subito: Andrea è uno sfigato, vuole conoscere delle ragazze, come fa? Be’, facile: tramite internet. (Tornando indietro probabilmente cambierei questa parte, o la tratterei con maggiore delicatezza.) Quanto al poker, il discorso è più complesso. Sono sempre stato affascinato dal mondo dei giocatori e della piccola criminalità: e questo mondo prolifera nel sud della Francia. I baretti fumosi, le risse fra magrebini, le viuzze, la luce che taglia le cose, l’aria salina... Quelle cose un po’ alla Jean-Claude Izzo, hai presente? Bene, mi serviva un elemento forte che catalizzasse questo sottobosco. E l’ho trovato nel poker. Tutto qui.
Quanto al loro “significato simbolico”, posso dirti soltanto che hanno due facce. Da un lato emarginano ancora di più i due protagonisti: dall’altro, paradossalmente, sono le uniche cose che li rendono vivi. Che accendono in loro una speranza di realtà. Questo dualismo mi intrigava, e spero di averlo reso bene.
Poi: se li riconosco come “minacce realistiche ai Valori dell’Occidente”... Gesù... Ovviamente no! Le minacce sono altre, e forse non saprei neanche identificare dei Valori con la V maiuscola. Quando scrivo non penso mai a riferimenti di questo tipo. Penso innanzitutto a raccontare una storia, una storia che abbia un significato (vedi sotto), ma niente di più.
Infine sì, senz’altro il disagio di Jules è dovuto alla sua famiglia disastrata. Anche qui lo sfasamento era voluto: mostrare la vicinanza di due dolori molto diversi. Il primo più condivisibile e autentico (quello di Jules), e l’altro più legato a una condizione passeggera, eppure altrettanto violento (quello di Andrea).
M: A te pare che nel tuo romanzo i personaggi più giovani appaiano più completi e riusciti di quelli adulti?
G: No. A distanza di due anni e mezzo dalla stesura del libro, trovo che i personaggi migliori siano Jules, sua madre e suo nonno. Anche Maurice non è male. I personaggi più giovani sono troppo stilizzati, anche se a volte lo sono volutamente. Pensa ai compagni di casa di Andrea: sono i tipici studenti universitari superficiali e cazzoni. Volevo dipingerli così per far risaltare maggiormente l’estraneità dei due protagonisti (c’è anche un capitolo, “I giovani”, che scopre le carte). Ma in realtà tutto il lato “italiano” della storia è debole... Jules resta senz’altro la figura più completa. Soffre, ma soffre in silenzio e con grande dignità. È lì, traspare, esce dalle pagine: è vivo. Per lui provo davvero un affetto paterno.
M: L’epilogo della vicenda che racconti, l’intersecarsi di queste due solitudini, è assai tragico. Ritieni che i tuoi libri abbiano una morale?
G: No. Ciò che scrivo contiene un significato, ma non una morale. Del resto, non so quanta gente creda ancora nella “morale della storia”... Il significato di Buoni propositi può essere: due dolori molto diversi possono assomigliarsi? Oppure: è possibile un’amicizia impossibile? Oppure: perché l’adolescenza è un’età terribile? E via così.
Quanto alla “tragicità” dell’epilogo, be’, sì, è una discreta botta di tristezza... Ma non ho mai pensato a finali alternativi. La storia richiedeva uno scontro di solitudini, così come — peraltro — richiedeva una piccola nota di speranza finale. E cioè che pur scontrandosi, queste solitudini si riconoscono. È stato tutto molto consequenziale. Un altro finale sarebbe stato una presa per il culo.
M: I tuoi personaggi sono autobiografici? Non te lo chiedo per curiosità personale. Forse dovrei girare la domanda in questo modo: a quale tua necessità risponde il raccontare storie? È un modo per esprimere i propri incubi mentali? È un modo per far provare al lettore emozioni altrimenti inattingibili?
G: Allora, di direttamente autobiografico nel libro non c’è molto. Sono stato varie volte a Bologna, ho vissuto a Montpellier, ho parlato via chat, poco altro. Quanto all’esigenza di raccontare storie, tocchi un punto sul quale mi sto interrogando anch’io da qualche tempo. Potrei girarti la solita minestra per cui la letteratura è reazione a un ambiente esterno sfavorevole, e blablabla... l’adolescente solo che si rifugia nei libri e nell’immaginazione, blablabla... ma queste sono in buona parte delle stronzate. La questione è più complessa. Non ho mai avuto un motivo scatenante che mi ha spinto a scrivere — non come l’ha avuto James Ellroy, ad esempio. Avrei potuto fare mille altre cose, e in effetti ci ho provato: suonare la chitarra, giocare a scacchi, bere. Quindi in apparenza c’è una frattura fra il me autobiografico e il me che scrive. Quando mi siedo e penso a una storia non lo faccio per risolvere un mio “incubo mentale”. (Anzi, lo riterrei disonesto: io quando scrivo non servo a niente. È la storia a essere importante, non me).
E ciò nonostante, ora come ora non posso più fare a meno di scrivere. È diventata una necessità, ma davvero lo è diventata? Oppure è sempre stata lì con me, in forma di germe? Forse bisogna scavare ancora più a fondo, e arrivare a un bambino che inventa le storie con suo padre, la notte, prima di andare a dormire: che non si accontenta di ascoltare e basta, ma vuole raccontare lui stesso... O forse bisogna smetterla di farsi queste domande. :-)
M: Nella tua bio, sul retro di copertina, compaiono informazioni sui tuoi viaggi fuori dall’Italia. Mi chiedo, quanto conta l’esperienza del viaggio nella tua scrittura?
G: Dal punto di vista della scrittura, il viaggio è un nutrimento come un altro — come i libri, i fumetti, le passeggiate, i concerti, etc. Rispetto ad essi, però, ha due grandi vantaggi. Il primo, intrinseco, è che ti schioda sul serio dalla scrivania. Non ho mai amato gli scrittori iper-intellettuali, che non hanno idea di cosa succeda davvero per strada. Un libro ha bisogno d’aria, anche se parla di una stanza chiusa. Quando sento che manca l’aria, se posso, viaggio. Lascio che lo spostamento stravolga le mie prospettive. Senza contare la quantità di immagini che riesce a regalarti.
Il secondo vantaggio, estrinseco, è che quando viaggio ho più voglia di scrivere. In treno faccio fuori un taccuino dietro l’altro: più che altro idee sconnesse e frammenti, ma mi metto veramente in moto. Mi sento libero. Un bambino che gioca a pallone. Ogni tanto è importante riprendersi questo rapporto con la scrittura.
M: Dove prendi l’ispirazione?
Boh! Non credo molto nell’ispirazione... Anzi, diciamo che non ci credo per niente. L’ispirazione è come Babbo Natale: fa comodo pensare che sia lei a portarti i regali, ma in realtà il culo lo muove tua mamma. Mettersi ad aspettare che il romanzo ti piova in mano mi sembra una perversione. Io credo nel duro lavoro. Nella capacità di andare avanti anche quando il libro ti si ribella contro. Credo nello sviluppo di determinate capacità — e determinate ossessioni — che cresce soltanto col tempo. Non penso di avere un talento particolare, ma sono uno che si fa un mazzo quadro. I risultati potranno essere buoni o cattivi, questo non importa. Io continuerò sempre a farmi un mazzo quadro.
Sono un pirla, eh?
Quanto al momento in cui “mi viene in mente una storia”, be’, dipende. Ricordarsi il punto esatto è impossibile. Diciamo che accumulo una serie di immagini e sviluppo automaticamente dei personaggi, magari basandomi su quanto vedo, o su qualcosa che leggo... Poi a un certo punto scatta la sintesi. Non so come funzioni. Però funziona.
M: Scriverai mai una raccolta di racconti, pensata e calibrata quanto il romanzo che hai scritto?
Già fatto. Nel senso: ho già scritto una raccolta, ma non so quanto sia “pensata e calibrata”. È tutta rivolta a un orizzonte comune, ma non ci sono rapporti fra i singoli pezzi. Racconti e romanzo sono dimensioni diverse, e per quanto una raccolta possa avere un filo conduttore, penso debba sempre peccare un po’ di dispersione — di frammentarietà. Comunque per ora l’argomento è top secret. :-)
07.12.07, domande a cura di Marco Lauri, con supporto di Loris R.

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