Una cosa piccola che sta per esplodere


Conversazione via mail con Paolo Cognetti, autore per Minimum Fax di alcuni documentari e due pregevoli raccolte di racconti: Manuale Per Ragazze Di Successo (2004), Una Cosa Piccola Che Sta Per Esplodere (2007) .


L: Mi spieghi la citazione con cui inizia la tua raccolta di racconti? Che relazione ha con il tema della tua opera?

P: Sono tre domande di Hillel il Vecchio, un maestro ebreo di duemila anni fa: “Se non sarò me stesso, chi lo sarà per me? Ma se sarò me stesso, chi mai sarò? E se non ora, quando?”. È una specie di mantra, e più lo ripeti più ti accorgi di quanti significati si nascondono sotto la sua semplicità. Mi sembrava che cogliesse il cuore dei miei racconti, il momento in cui l’identità prende forma attraverso un atto di rivolta - io sono io, e sono diverso da tutti voi.

L: Nella tua prima raccolta di racconti, Manuale per Ragazze di Successo, ogni storia era vista con gli occhi di una ragazza. In Una Cosa Piccola Che Sta Per Esplodere l’occhio femminile, benché non esclusivo, è ancora molto presente. Quanto è importante il punto di vista femminile per te? C’è una ragione particolare?

Sono cresciuto in mezzo alle donne, credo sia tutto lì. Ho un rapporto con gli uomini fatto di grandi silenzi, viaggi in macchina e bicchieri di vino, ma poi è con le donne che parlo, da loro accetto di farmi guardare. Leggo tante scrittrici e credo che si possa parlare di scrittura femminile, di sguardo femminile sul mondo: ed è anche il mio sguardo, la mia lingua, quella che ho imparato a parlare. Credo che continuerò a scrivere di donne per molto tempo.

L: Nella tua prima raccolta narravi in prima persona, in quest’ultima narri in terza persona. Mi spiegheresti le ragioni di questo cambiamento stilistico? Sottintende che qualcosa è cambiato nel tuo cammino artistico?

P: Sì, credo che sia cambiato qualcosa. Il primo racconto del libro, “Pelleossa”, all’inizio era in prima persona, ma non funzionava. Quella voce mi sembrava artefatta, e ho cominciato ad avere la stessa sensazione per le cose che stavo leggendo: la prima persona, in un certo senso, è sempre la voce di un impostore. Uno che vuole farti credere di essere qualcuno che non è. E questa cosa nel primo libro mi aveva stimolato molto, era una specie di sfida di recitazione, ma adesso mi sembrava soltanto un esercizio di stile: faccio la voce di una ragazzina, di un vecchio, di un cane. In quel periodo poi mi aveva colpito un’intervista di Bob Dylan. Raccontava che a volte lui comincia a comporre una canzone alla chitarra, e poi magari si blocca, non sa più come proseguire, e allora prova a rifarla al pianoforte e spesso trova la soluzione. Ho pensato che anche la scrittura può usare strumenti diversi. Allora ho preso il mio racconto e l’ho riscritto in terza persona, e mi è sembrato che fosse più giusto così - che le storie di questo libro dovevano essere guardate da fuori, e vivere per conto loro.

L: Nel tuo ultimo libro i tuoi personaggi vivono conflitti molto intensi, spesso le due sfere relazioni parentali e relazioni amicali sono in conflitto. Sono adolescenti. Eppure si ha la sensazione che più che lacerati i tuoi personaggi siano pensosi, in attesa di una svolta positiva. Secondo te, le tue storie hanno una morale? Ne accenni, mi pare, in La Figlia Del Giocatore.

P: Non so se abbiano una morale, però io ho uno sguardo morale su di loro: non sono uno che scrive un racconto solo per il piacere di farlo. Non vuol dire che voglio dimostrare una tesi, o difendere un’idea. Ma sono un essere pensante, e la scrittura è il mio modo per capire il mondo: sono storie morali, preferisco definirle così.

L: I tuoi personaggi sono autobiografici?

P: Sì e no. Nel senso che tutti loro sono me. Però sono anche ritratti delle persone a cui voglio bene, sono furti alle storie che mi hanno raccontato, sono ricordi di volti e luoghi visti da bambino. Ma poi vivono nell’immaginazione - altrimenti sarebbe impossibile prendersi la libertà di scrivere.

L:Nella tua bio, sul retro di copertina, compaiono informazioni sui tuoi viaggi fuori dall’Italia. Mi chiedo, quanto conta l’esperienza del viaggio nella tua scrittura?

Per me è stata molto importante la scoperta di New York. Ho passato in tutto sei mesi laggiù, ho fatto nove documentari sugli scrittori americani e ho imparato come lavorano: con pazienza, tenacia, disciplina. Non voglio dire che il talento non esiste, ma che qualunque cosa sia ha bisogno del lavoro duro per esprimersi. E per me, cresciuto con il mito dello scrittore romantico, notturno, ubriaco, è stata una lezione fondamentale. Questo libro è nato in tre anni durante i quali ho scritto ogni mattina, anche solo per mezz’ora: ho cominciato a praticare la scrittura come un rito quotidiano, come la ginnastica o la meditazione. Scrivere è il mio modo di concentrarmi e di pensare. Mi sento uno scrittore, non ho paura di dire che è il mio lavoro, e questo l’ho imparato a New York.

L: Che cos’è una storia, secondo te, e perché racconti storie? Dove prendi l’ispirazione?

P:Mi piace pensare alle storie che scrivo come a immersioni nella vita delle persone. Non sai cosa c’era prima né cosa verrà dopo, ma in poche righe ci sei dentro fino al collo - è anche il motivo per cui mi piacciono così tanto i racconti. Perché scrivo, questa è una domanda durissima. Forse per creare la vita, e come gridava il mio amico Nwanda: essere davvero un Dio. Forse per trattenere qualcosa che avevo e che ho perso. In effetti credo che la mia scrittura sia piena di malinconia. Forse per il piacere dell’immedesimazione - uscire da te stesso, essere qualcun altro, è come un volo vertiginoso se riesci a farlo pienamente. Forse anche perché sono affamato di rapporti umani, non mi bastano gli incontri da due chiacchiere gentili: ho un bisogno assoluto di andare fino in fondo, come quando conosci una donna, la porti a bere qualcosa, e mentre lei parla tu ti chiedi come sarà fatta quando è nuda. Ecco, io non sono un grande seduttore. Scrivere una storia è il mio modo di immaginarla nuda.

L: Scriverai mai un romanzo?

P: Boh. Ma poi chi se ne frega?

06.12.07 - domande a cura di Righetto Loris
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1 Tu sai cosa:

giorgio fontana said...

grande paolo!