Il Precursore - Manuale del superoe scolastico




Conversazione via mail con Ivano Bariani, classe 1981, fondatore e animatore della rivista letteraria FaM. In collaborazione con Eleanorerigby.com ha anche ideato e supportato la realizzazione del B.I.R.R.A. “Il Precursore – Manuale del supereroe scolastico” è la sua terza prova narrativa, dopo “Pico” (Edizioni Clandestine, 2003) e “16 vitamine” (minimum fax, 2005); ha inoltre curato l’antologia “Posa ‘sto libro e baciami” per Zandegù editore.


MAX: Il tuo romanzo comincia ai tempi della scuola superiore. Il quadro che ne esce mi pare desolante: i compagni di classe sembrano tutti racchiusi in un loro “ruolo” già definito (il Lecchino, il Ciccione, Graziabella, la ragazza di cui tutti sono innamorati, etc.) e i professori talmente poco “umani” da essere indicati sempre con il nome di un animale (la Coniglia, il Capra, etc.). Fornari e Revignoli, seppure in maniera confusa, cercano di reagire a questa situazione. Che cosa hai voluto rappresentare con l’istituzione scolastica? E le figure di Fornari e Revignoli cosa rappresentano?

IVANO: Per paura di vederla etichettata “storia giovanilista”, ho provato a scrivere un romanzo senile. Meglio: un romanzo su come si invecchia, in Italia, oggi. Ora il posto dove si invecchia di più, in Italia, è la scuola superiore. Perché entra una persona e cinque anni dopo ne esce un’altra, molto diversa. Allora nel romanzo ci sono tutti questi esempi: Fornari è un esempio di come si può invecchiare, Revignoli un altro. Non sono esempi tanto positivi, non credo di aver disegnato dei modelli. Ma sono figure molto simili alle persone che ho conosciuto durante i miei cinque anni di superiori. E i professori sono il motore di quell’ingranaggio quinquennale. La cosa che ricordo di più è proprio quel senso di inevitabilità: entri, vieni macinato, esci. In generale non mi viene in mente nessuno che sembrasse trarre un qualche tipo di piacere da quello che stava facendo o gli veniva fatto fare.



MAX: Il Precursore, pur non essendo il protagonista principale della narrazione, è comunque una presenza costante nella storia che racconti. Cosa hai voluto rappresentare attraverso di lui?

IVANO: Nel romanzo c’è questo ragazzo che viene soprannominato “il Precursore” perché “vive avanti cent’anni” rispetto ai compagni di classe. È quello che si fa la barba prima degli altri, ha la patente quando tutti ancora pedalano, si fa le canne quando tu ancora devi fumarti la prima sigaretta. Il tipo grosso con lo sguardo spento, che ha la sufficienza soltanto in educazione fisica (ma non gli importa, il papà ha già un posto pronto per lui in azienda). È quello che si è fatto metà delle ragazze della scuola e si lascia desiderare dall’altra metà. Lo sai cosa intendo, ogni scuola ha il suo Precursore. È un fatto statistico, e ormonale.

MAX: Ogni capitolo è seguito da alcune pagine che tracciano una sintetica storia dei videogiochi. Perché questa scelta? Pensi che lo schema dei videogames – ad esempio la loro struttura “a livelli” – abbiano in qualche modo influenzato anche il tuo modo di strutturare il romanzo?

IVANO: Come tanti altri, anche io ho assunto dosi massicce di intrattenimento elettronico durante la scuola superiore. Non so che effetto hanno avuto tutte quelle ore davanti al monitor sulla mia vita di maschio adulto, figurati cosa ne so del modo in cui hanno influenzato il mio modo di scrivere. Di certo avrei potuto accoppiarmi di più. Ma ormai è acqua passata. E adesso la mia coordinazione mano-occhio è fenomenale.

MAX: In tutto il romanzo, inserisci i tuoi personaggi in una serie di eventi che potremmo definire “bizzarri” (ad esempio il filmato del Precursore e Graziabella finito su Internet), che però sono una sorta di “rilettura” di fatti realmente accaduti, come dimostra l’archivio di notizie che si può trovare sul sito dedicato al tuo libro. Come ti comporti con questo tipo di materiale? Raccogli solo quello che ti serve ai fini di una storia che hai già in mente o, al contrario, cerchi di trovare un filo conduttore o una possibile trama dopo che hai collezionato una grande quantità di notizie di questo genere?

IVANO: Ogni scusa è buona per raccontare una storia e farsi ascoltare. Poi a volte leggi sul giornale “storie vere” così perfette che non si capisce perché uno dovrebbe inventarne di nuove. Io almeno me lo chiedo, che bisogno abbiamo di inventare storie pazzesche che “sembrino vere” se già la verità della cronaca è pazzesca di suo. Preferisco cercare un modo interessante di raccontare un fatto realmente accaduto che inventarmi daccapo la storia di uno che è stato mollato della sua ragazza e per vendicarsi ha messo un suo filmino erotico amatoriale su Youtube, e scoprire il giorno dopo sulla stampa che i fatti mi hanno preceduto. Visto che sono pigro, non sono troppo selettivo sulle fonti – che si tratti di fatti di cronaca, memorie d’infanzia o leggende popolari. Se domani davanti a una birra mi racconti di quel tuo zio scappato in Brasile con un altro uomo, per me la tua storia entra direttamente nel mito. Tuo zio, un eroe. A sto mondo vale la pena cantare le gesta di chiunque, se hai occasione di farlo in modo epico.

MAX: In alcune parti del tuo romanzo compaiono foto e disegni. Da dove nasce questa necessità di “far vedere” quello che racconti al lettore anche attraverso le immagini?

IVANO: In effetti non c’è una vera ragione al fatto che i libri contengano soltanto parole. Secondo me, niente che possa essere raccontato con un disegno andrebbe raccontato a parole, e niente che possa essere raccontato a parole andrebbe disegnato. L’unico limite è la pagina. Se un lettore paga 15 euro per mezzo chilo di carta, o fa la fatica di farsi prestare quel pacco di carta da una biblioteca, è solo per la storia che contiene, e il modo in cui la risma gliela mostrerà. I libri di mia figlia sono pieni di disegni. E sono emozionanti. In generale i libri dovrebbero contenere più figure, più paginoni pieghevoli, pop-up e istruzioni per fabbricare le marionette dei personaggi principali. O almeno gli intervistatori dovrebbero chiedere più spesso: “Caro autore, il tuo libro contiene solo parole, non hai paura che non bastino?”

MAX: Il capitolo che chiude il romanzo mi sembra piuttosto amaro, tanto che Fornari sembra entrare nel mondo degli adulti in maniera passiva, senza reagire. Credi che una “rivoluzione dei giovani” di qualsiasi tipo sia impossibile?

IVANO: Non ne ho idea, le profezie non sono il mio campo. Ma ho paura che qualcuno la organizzi al solo scopo di vendere un qualche nuovo oggetto di tendenza.

MAX: C’è una domanda, che Fornari e Revignoli si pongono per tutto il romanzo, ovvero: come si chiamano i tetti delle fabbriche? Alla fine, solo il padre di Fornari conosce la risposta. C’è una sorta di “morale” in tutto questo?

IVANO: Sì. “Ascolta almeno una volta tuo padre prima che sia troppo tardi.”

MAX: I tuoi romanzi mi sembrano lontani, per contenuto e per stile, da quella che potremmo definire “narrativa giovanile” italiana. Chi sono i tuoi autori di riferimento o quelli verso cui ti senti maggiormente debitore?

IVANO: Ho letto William Gibson fino a intossicarmi. E ho deciso che il Canada è un paese fortunato dopo aver letto Douglas Coupland e Alice Munro. Ma ho avuto anche io la mia fase Stephen King, e non ho detto di no quando si è trattato di leggere d’un fiato Il padrino – ero in Sicilia e insomma sembrava proprio il momento giusto. Poi naturalmente il trittico Foster Wallace, Lethem ed Eggers. E Chuck Kinder per il modo in cui tratta Carver. Ma non sarei l’uomo che sono senza Matt Groening. Se penso a quello che devo agli italiani (Calvino e morti a parte) giusto oggi Giorgio Fontana ha letto il primo capitolo di una cosa che sto scrivendo e mi ha dato ottimi consigli su come continuare; gli sono debitore. E Peppe Fiore quando vado a Roma mi ospita sempre a casa sua. A buon rendere, Peppe. Gabriele Dadati non sa guidare, ma in compenso sa dove servono la miglior carne di cavallo di tutta Piacenza. Gianluca Morozzi mi ha offerto diverse birre. Anche lui è un tipo a posto.

MAX: La mazza con machete – arma utilizzata dal Precursore – di cui troviamo il progetto tra le pagine del tuo romanzo, sarebbe davvero realizzabile?

IVANO: Un giorno ne ho parlato con un mio amico ingegnere. L’idea è mia ma i disegni e gli schemi dentro il libro sono tutti suoi. Ne abbiamo anche realizzato un modello 3D. Si può costruire, volendo. Il mio amico di mestiere progetta bastoni per ciechi.

MAX: So che molti tuoi pezzi sono in parte autobiografici (vedi ad esempio Pista Ciclabile); d’altra parte l’immaginazione sembra essere un tassello molto importante nella tua poetica, ed è presente sia in Pico, sia in 16 Vitamine, sia ne Il Precursore. Quanto sono importanti nella scrittura di Ivano Bariani l’esperienza autobiografica e l’immaginazione?

IVANO: Ma no, quale immaginazione: è tutto vero, un semplice mix di autobiografia e cronaca locale. Dove non ho potuto fare altrimenti, ho inventato di sana pianta.

LORIS: Cos’è una storia secondo te, e perché ne racconti?

IVANO: Una storia è la via più breve per andare da un’intelligenza A a un’intelligenza B; l’intelligenza B sta in un altro posto, spesso non conosce nemmeno l’intelligenza A. Un giorno l’intelligenza A citofona all’intelligenza B, l’intelligenza B si affaccia alla finestra che dà sulla strada e chiede: “Chi è?” Raccontiamo storie perché senza storie siamo perduti, non andiamo da nessuna parte senza storie. Non puoi nemmeno dirmi chi sei tu, senza raccontarmi una storia.

LORIS: Recentemente ti è stato chiesto di scrivere la prefazione per un autorevole e semisconosciuto romanzo degli anni ’60, Snowhite di Donald Barthelme, una fiaba decostruita e ricomposta ad arte. Mi pare di poter arguire dalla tua prefazione, che lo trovi un testo esemplare perché contiene in nuce molti degli strumenti della moderna narrativa di orientamento americano. Anche Ivano Bariani è un figlio dell’ “Elvis Presley della letteratura americana”? In che misura?

IVANO: Non si esce indenni dalla lettura di Barthelme, è vero. Per uno che scrive, leggere Barthelme è un terremoto, un’esperienza a suo modo traumatica. Un evento che separa la tua scrittura in due periodi precisi: le cose che scrivevi prima di leggere Barthelme, le cose che scriverai dopo averlo letto. Ma Barthelme è uno sperimentatore, sarebbe un fallimento totale se la sua scrittura non lasciasse segni indelebili, o almeno un vago senso di stupore. È come Fosbury. Arriva e per la prima volta salta di schiena. Poi non era nemmeno questo fenomeno: il suo record viene presto battuto. Però, intanto, ha rivoluzionato la disciplina. Quantomeno ha dimostrato che saltare in avanti è una scelta, non l’unica possibilità. Se sei un saltatore, e arriva Fosbury e tu lo vedi saltare come nessun altro prima, allora non puoi fare finta di niente. Il tuo mondo, di colpo, è cambiato. Anche se decidi di far finta di niente, di continuare a farti i tuoi bei salti in avanti, a Fosbury gli devi comunque una consapevolezza: ti ha costretto a decidere. Barthelme arriva e dimostra che si possono fare un sacco di cose sulla pagina. Io però sono arrivato a leggere Barthelme risalendo la genìa di autori che ne sono stati più o meno direttamente influenzati. Quindi cosa dovrei essere, “un figlio del figlio del nipote dell’Elvis Presley della letteratura americana”? E se tanto per non parlare di soli americani ci definissimo tutti “pronipoti di Laurence Sterne”?


14/01/08, domande a cura di Massimiliano Maestrello e Loris Righetto


0 Tu sai cosa: