Intervista con il Tigre
Di Massimiliano Maestrello
Scendi dalla macchina con la camicia che ti si appiccica addosso per il gran caldo.
Guardi l’orologio. Sei in anticipo.
Nelle tasche dei jeans hai un piccolo registratore vocale e un block notes. Ti guardi attorno, mentre la mano va automaticamente a prendere il blocco. Scarabocchi qualche nota: Caldo afoso. Periferia. Capannoni e fabbriche in lontananza. Zanzare grosse come elefanti.
Apri la portiera della macchina. Con un po’ di fortuna, pensi, potresti trovare una bottiglia d’acqua cominciata, dispersa da qualche parte sotto i sedili.
“La Tana delle Tigri sorge in un angolo di periferia come ce ne sono di simili in tutto il mondo. Ma il parcheggio semivuoto ti fa capire che il locale ha visto tempo migliori”.
Pensi che potrebbe essere un buon inizio, per il pezzo che devi scrivere. Lo ripeti mentalmente, mentre apri anche il cassetto portaoggetti, nella speranza di trovare qualcosa da bere.
D’ accordo – pensi - nessuna bottiglia d’acqua dispersa sotto i sedili né dentro il portaoggetti. Meglio entrare e ordinare una birra ghiacciata.La Tana delle Tigri: l’insegna al neon, rossa, ronza sopra la porta d’ingresso. Le scariche elettriche delle macchine antizanzare – piazzate ovunque, attorno ai tavoli disposti ordinatamente nella zona all’aperto sotto la pergola - si susseguono di continuo, come frustate nell’aria immobile di questa sera d’agosto.
C’è un buttafuori, davanti alla porta. Appena ti vede arrivare, si mette davanti all’ingresso.
Ti saluta con un cenno del capo, poi ti chiede se sei in lista.
Gli dici di no, ma hai già in mano il tesserino da giornalista, con il tuo nome, e il logo del giornale per il quale lavori.
– Per l’intervista all’Uomo Tigre -, aggiungi.
- Solo un attimo - ti risponde, e porta la ricetrasmittente che tiene appesa alla cintura davanti alla bocca. Lo senti ripetere il tuo nome a qualcuno che, dall’altra parte, gracchia qualcosa come risposta.
- Può andare -, ti dice il buttafuori, e ti apre la porta.
Nel locale c’è pochissima gente. E’evidente che non c’è bisogno di una lista, che la maggior parte dei tavoli rimarrà vuota anche questa sera, e che il buttafuori è una specie di trucco piazzato davanti all’ingresso, a suggerire che potrebbe veramente servire l’intervento di un energumeno, ad un certo punto della serata.
Sorridi, chiedendoti se il buttafuori si sia mai domandato quanto possa essere utile, in un locale frequentato da ex lottatori di professione.
Ti avvicini al banco. La barista è una ragazza bionda e annoiata che fuma una sigaretta.
- Una birra -, le dici.
La guardi spegnere la cicca nel posacenere con gesti lenti, spinare la birra, posarti davanti il boccale e tornare ad accendersi una nuova sigaretta.
Ti siedi su uno sgabello vicino al bancone, mentre la prima sorsata di birra scende a rinfrescarti.
La storia della Tana delle Tigri la conoscono un po’ tutti, pensi, ma forse sarebbe il caso di riportarla brevemente nell’articolo.
L’apertura era stata considerata un evento, qualche anno fa, e per un lungo periodo il locale aveva fatto il pienone praticamente tutte le sere.
Era diventato il posto in cui era necessario andare.
Vip e piccole starlette della televisione invitati ad animare le serate, e lunghe file di persone ammassate davanti all’ingresso che speravano di poter entrare.
C’erano state anche delle buone recensioni sui giornali.
Il punto di forza, avevano scritto, era la possibilità di potersi muovere in un locale in cui potevi incontrare e magari scambiare due chiacchiere con lottatori come Inoki, o il gigante Baba o anche con La Maschera della Morte Rossa.
Mister X, avevano scritto, si era riciclato in maniera geniale: i suoi lottatori, diventati troppo vecchi per combattere - o magari semplicemente fuori moda – erano stati reclutati per un nuovo compito: impersonare se stessi in quel circo della nostalgia che era il locale, per la gioia di una generazione che quegli stessi wrestler aveva visto combattere sul ring contro l’Uomo Tigre.
Una massa di perdenti, dicevano i malevoli, ma era indubbio che quel gruppo di losers, con i loro nomi e le loro maschere improbabili, era rimasto nella memoria collettiva di un nutrito gruppo di trentenni dell’epoca. Che, infatti, avevano volentieri pagato cifre improponibili per l’ingresso e per i cocktail, pur di portare a casa un autografo o una foto in cui apparivano sorridenti accanto a Mister X o a qualche lottatore della sua scuderia.
C’era stata anche quella pubblicità di successo per il lancio del locale: il gruppo della Tana delle Tigri al gran completo, che guardava in modo truce verso l’obiettivo. Più in basso la scritta: Se vieni tu, manca solo l’Uomo Tigre.
Indichi alla barista annoiata il tuo bicchiere quasi vuoto. – Un’altra, per favore -, le dici.
Più o meno nello stesso periodo, erano cominciate a girare le voci sull’Uomo Tigre. Si diceva che i soldi vinti con gli incontri, all’ orfanotrofio in cui era cresciuto, non arrivassero più.
Che preferisse spenderli in macchine di lusso, o – come sostenevano i malvagi – che avesse qualche vizio da mantenere.
Che fosse fuori forma, quello lo si vedeva anche sul ring. Era appesantito, certo, e molto più lento che in passato, ma per una decina di incontri era riuscito comunque a portare a casa la vittoria e, in definitiva, a comportarsi come tutti ci aspettavano si comportasse l’Uomo Tigre.
La cameriera ti appoggia davanti il nuovo bicchiere. La ringrazi, e lei si stira in un sorriso che sembrerebbe falso anche a chilometri di distanza.
Poi, qualche mese dopo, c’era stato l’incontro con la Mantide Religiosa: un lottatore semisconosciuto, poco tecnico, venuto chissà da dove, con un costume verde brillante buono più per carnevale che per un incontro di wrestling.
L’ Uomo Tigre, in quell’occasione, si era presentato ancora meno in forma dei mesi precedenti, visibilmente più grasso ed impacciato, e aveva – a sorpresa – perso.
La Mantide l’aveva buttato a terra facilmente dopo due round, l’aveva bloccato al tappeto e l’arbitro aveva scandito – mentre un’intera arena ammutoliva – i dieci secondi che decretavano la prima sconfitta dell’Uomo Tigre.
La Mantide Religiosa - forse confuso per essere entrato in maniera così improvvisa ed incredibile nella storia - nell’atmosfera irreale dei secondi immediatamente successivi alla sua vittoria, non aveva fatto quello che decine di lottatori prima di lui avevano da sempre sognato di fare: togliere la maschera all’Uomo Tigre e rivelarne finalmente l’identità.
L’Uomo Tigre, il giorno dopo, aveva promesso davanti alle telecamere che avrebbe riconquistato il titolo, e aveva lanciato la sfida alla Mantide Religiosa per un nuovo match, il mese successivo.
La Mantide aveva accettato; in ogni caso, era comunque entrato nella storia del wrestling. E, in ogni caso, tra interviste, foto e apparizioni in televisione, avrebbe guadagnato di più in quel singolo mese che in tutta la sua carriera di lottatore.
Intanto, le televisioni si erano giocate i diritti per la diretta di quello che si preannunciava già come l’evento dell’anno.
Un mese dopo, tutti ci aspettavamo di vedere il Tigre di nuovo in forma sul ring, agile e veloce e preciso e determinato come ai tempi d’oro. Invece, ci eravamo stupiti di trovarlo ancora più grasso, impacciato e quasi spaesato sul ring. Di nuovo, la Mantide lo mise al tappeto in poco più di due riprese. E, di nuovo, non gli tolse la maschera.
Poco dopo, davanti agli intervistatori e ai flash dei fotografi, aveva dichiarato – con una frase che sembrava studiata da giorni – che non c’era bisogno di mostrare il volto dell’Uomo Tigre; la faccia l’aveva già persa negli ultimi due incontri, contro di lui, dimostrando di non avere più niente del lottatore di una volta; anzi – aveva aggiunto – non era nemmeno sicuro che lo si potesse definire ancora, dopo le ultime penose performances, un lottatore.
Mentre finisci di bere la tua seconda birra senti una voce che chiama il tuo cognome. Ti volti, e Mister X in persona ti viene incontro con la mano tesa. Indossa il doppiopetto viola e il cilindro – ormai è quasi un vestito di scena - e preferisci non immaginare quanto possa sudare, conciato in quel modo.
Vi stringete la mano. – E’ un piacere averla qui, - dice con la voce irritante e stridula che hai sentito centinaia di volte giurare vendetta sull’uomo mascherato da tigre.
- L’Uomo Tigre arriverà a momenti, si sta preparando -, ti dice.
– Nel frattempo, le lascio questo, nel caso le interessasse parlare con qualcun altro dei miei lottatori, in futuro – e mentre ti allunga il suo biglietto da visita pensi che se mai dovessi dare una definizione di viscido, Mister X potrebbe essere un ottimo esempio.
Gli rispondi che, sinceramente, non sai quanto potrà essere lusinghiero, il pezzo che intendi scrivere. Nelle tue intenzioni, provi a spiegargli, dovresti far vedere come si può ridurre qualcuno che un tempo è stato una leggenda.
Dici: - Non credo che l’Uomo Tigre avrebbe mai immaginato di potersi trovare qui, un giorno, se capisce cosa intendo -.
Mister X passa il pollice e l’indice lungo uno dei suoi sottili baffetti e sorride: - Lo so bene. - ti dice. – Ma ci sono lottatori che potrebbero raccontarle qualcosa di interessante sull’Uomo Tigre, se solo lei lo volesse – .
Vorresti dirgli che non ti interessa scavare nel torbido della vita dell’Uomo Tigre più di quanto non sia già stato fatto e che ormai lui e i suoi lottatori e il suo locale sono stati sfruttati e gettati nel dimenticatoio. Vorresti dirgli che il pezzo che ti hanno dato da scrivere occuperà appena mezza pagina nello sport, che nella rubrica “Dieci anni fa è successo…” ricorderai brevemente la prima sconfitta dell’Uomo Tigre e aggiungerai poche righe di intervista al protagonista come fai sempre e nulla più, ma Mister X ti precede.
– Vado a chiamarle l’Uomo Tigre, - dice, e indica alla cameriera il tuo bicchiere. – Quello che ha bevuto il signore lo offriamo noi – la avverte, e ti stringe nuovamente la mano. – Buona permanenza alla Tana delle Tigri -, aggiunge, quasi dovessi fermarti per dei giorni, e poi lo guardi scomparire dietro una porta su cui campeggia la scritta Privato.
Infili il biglietto da visita nel taccuino e bevi l’ultimo sorso di birra.
Ti sposti dal bancone e vai a sederti su uno dei tanti tavoli vuoti. Appoggi di fronte a te il registratore vocale e ripassi le domande che hai scritto sul block notes.
Poco dopo, dalla stessa porta dietro cui è sparito Mister X, appare l’Uomo Tigre. O meglio, quella che a prima vista ti sembra la controfigura flaccida e obesa dell’Uomo Tigre.
E mentre lo guardi camminare verso il tuo tavolo – la maschera calata sulla faccia a nascondere un segreto che non interessa più a nessuno, il mantello tigrato a coprire un fisico che non ha più niente di atletico – pensi a quando un uomo che per anni ha segnato la storia di uno sport, è dovuto entrare in questo locale, e ha chiesto di poter parlare con Mister X per farsi assumere.
Pensi che se c’è un momento esatto in cui la leggenda dell’Uomo Tigre è finita non è stato quella sera sul ring, dopo l’incontro con la Mantide Religiosa, ma quando è entrato qui dentro. Dopo gli incontri - tutti persi – con altri lottatori mediocri. Dopo aver perso ogni credibilità. Dopo essere diventato, da leggenda, la barzelletta del mondo della lotta. Dopo aver perso ogni contratto e quindi la possibilità di combattere. Dopo che vip e starlette della televisione avevano deciso che la Tana delle Tigri non era più abbastanza in, e il locale aveva cominciato la sua parabola discendente.
E nonostante questo, hai l’ immagine nitida e precisa davanti agli occhi di Mister X che ride la sua risata irritante, mentre si accorge che quello che non è riuscito a fare insieme ai suoi lottatori in anni di sfide, è riuscito a farlo un destino crudele.
Voleva che l’Uomo Tigre tornasse alla Tana delle Tigri, e l’Uomo Tigre era tornato.
Voleva l’Uomo Tigre sotto il suo potere, e l’Uomo Tigre era ora alle sue dipendenze.
Se cercava una vendetta, l’aveva ottenuta, alla fine.
Per quello che ne sapevi, Mister X poteva essere ovunque, ogni sera, a spiare soddisfatto un umiliato Uomo Tigre che girava per il locale bardato come ai tempi d’oro, triste ricordo di quello che era stato.
L’Uomo Tigre ti guarda e ti dice: - Ho tempo per bere qualcosa? – e senza aspettare che tu gli risponda si dirige verso il banco.
La cameriera annoiata gli prepara una birra. Lui si alza la maschera fin sopra il naso e, anche da qui, puoi vedere distintamente le grosse gocce di sudore che gli scendono lungo il collo. Beve a lunghe sorsate fino a finire il bicchiere, poi si cala di nuovo la maschera sul volto e si avvicina al tuo tavolo.
Prende la sedia che ti sta di fronte e si siede.
Lo senti prendere un respiro, poi ti chiede: - Cominciamo? –, e mai come in questo momento la bocca spalancata della maschera ti appare come un grido concavo o un urlo spezzato mentre chiede aiuto.

0 Tu sai cosa:
Post a Comment