Cabina 19

di Massimiliano Maestrello
C’è un odore che riconosco sempre quando arrivo in una cittadina di mare in piena estate, ed è quello di plastica cotta dal sole che si sente arrivare dai tanti negozietti affacciati sulle strade, con i salvagente e i gommoni e i sandali e i giocattoli lasciati in esposizione a scolorire sotto i raggi del sole.Quando ero bambino, durante i viaggi che facevo con i miei genitori per andare in vacanza – seduto sul sedile posteriore insieme a mia sorella, il finestrino con la sicura per i bambini abbassato a metà – quell’odore aveva un preciso significato, ovvero che eravamo quasi arrivati a destinazione.Sentivo quell’odore e poco dopo ero certo che saremmo arrivati in un punto della strada sgombro di case da cui si poteva ammirare la distesa azzurra e luccicante di riflessi del mare.- Eccoci arrivati - diceva mio padre, e io e mia sorella ci schiacciavamo contro il finestrino a guardare quello spettacolo che all’epoca ci appariva incredibile e meraviglioso.Poi, una volta arrivati nel centro del paese ci mettevamo alla ricerca del nostro albergo o della nostra pensione.Voleva cambiare località di mare ogni anno, mio padre. Quando per qualche motivo capitava di tornare nello stesso posto dell’anno precedente, cercava almeno di scegliere un altro hotel o una diversa sistemazione, magari al lato opposto della cittadina di mare di turno.Per cui, la scena della ricerca del nostro alloggio si ripeteva sempre uguale negli anni. Ai miei occhi di bambino, tutto quello sbagliare strade e tornare indietro e chiedere informazioni ai passanti era una perdita di tempo incalcolabile, e tutto quel tempo perso mi separava dal primo bagno in mare dell’estate, a cui stavo pensando da almeno qualche giorno.Non importava che fossimo partiti molto presto la mattina, e che più volte durante il viaggio i miei genitori mi avessero assicurato che saremmo arrivati sicuramente in spiaggia durante la tarda mattinata, e che avrei avuto tutto il tempo di fare il bagno. – Farai anche in tempo a stufarti -, diceva mia madre, come al solito.Lo stesso, mi sembrava che il mondo complottasse contro di me e contro la mia voglia di gettarmi in mare.Se andavamo in albergo, mi sembrava che mio padre dovesse firmare un numero assurdo di carte alla reception, oppure non capivo perché mia madre dovesse assolutamente sistemare delle cose dentro gli armadi non appena arrivati in camera. Poi, finalmente, arrivavamo in spiaggia.

Quella volta avevamo trovato, incredibilmente, pochissimo traffico lungo la strada e perciò ci eravamo fermati due volte in autogrill, una appena partiti e una poca prima di uscire dall’autostrada. Una volta arrivati in spiaggia, io ero arrabbiatissimo. Mi sembrava impossibile che quella maledetta brioche e quel panino – che mi sembrava di aver mangiato un secolo prima – mi impedissero di poter fare il bagno per un’altra ora: c’era questa regola, secondo mia mamma, per cui non si poteva entrare in acqua per qualche ora, dopo aver mangiato.Se fosse vero o meno, all’epoca, credo non mi importasse poi molto. Di certo, se avessi saputo di quella attesa che mi aspettava, avrei volentieri rinunciato alla brioche e al panino.Da quel momento, mentre guardavo le teste delle persone uscire dall’acqua standomene seduto sul mio asciugamano, credo di aver iniziato a chiedere che ore fossero ad intervalli regolari, risultando fastidiosissimo. Mi rispondeva sempre mia madre. Mio padre, seduto sullo sdraio, leggeva il giornale e faceva finta di non sentire. Sapevo di rischiare, perché quando faceva così voleva dire che sarebbe esploso in una sgridata, poco dopo.- Non dovete accompagnarmi per forza – avevo detto a mia madre ad un certo punto. Poi avevo indicato mia sorella: - Potete accompagnare lei in mare che è più piccola, io ci posso andare anche da solo. Ho nove anni -- Non dire sciocchezze – aveva risposto mia madre. – Fra un po’ andiamo tutti insieme -Mio padre aveva abbassato il giornale. Pensavo mi avrebbe sgridato, o detto di smetterla, invece aveva detto solamente: - Se vuole andare, lascialo andare -Poi aveva guardato me, e l’aveva ripetuto: - Se vuoi andare da solo, vai pure -Ero rimasto spiazzato, ma mentre stavo ancora pensando se quella frase fosse una specie di prova, o se alzarmi davvero mi sarebbe costato una punizione o qualcosa del genere, mi ero trovato in piedi, a raccogliere i braccioli da terra, diretto verso la riva.A metà strada, camminando nella sabbia bollente, avevo pensato che non potevo tornare indietro, a quel punto.Perciò, mi ero buttato in acqua.Si stava bene, l’acqua era fresca e limpida. Avevo nuotato e mi ero lasciato cullare dalle piccole onde restando sdraiato sul dorso. Poi mi ero immerso e avevo raccolto conchiglie dal fondo. Ero rimasto a guardare dei ragazzi che giocavano a pallavolo con un grosso pallone colorato. Avevo visto un papà che teneva sulle spalle il figlio e poi lo lanciava in acqua.Avevo pensato che ormai poteva essere arrivata l’ora anche per i miei genitori di fare il bagno, e che anche mio papà mi avrebbe fatto fare i tuffi.Allora avevo deciso di tornare all’ombrellone a chiamarlo. Solo in quel momento mi ero accorto di essere entrato in acqua senza darmi nessun punto di riferimento. Non avevo fatto caso di che colore fosse il nostro ombrellone, né se fosse vicino a qualche punto facilmente memorizzabile. Avevo camminato per un pò tra gli sdrai e gli asciugamani, ma non riuscivo a trovare i miei genitori.Forse, avevo pensato, erano andati anche loro a fare il bagno, ed ero tornato in acqua, sperando di vederli. Non c’erano.Poi si era sentita una voce di ragazza venire dagli altoparlanti che diffondevano musica sulla spiaggia.- Il bambino Massimiliano è atteso dal papà alla cabina 19 – si era sentito. Aveva detto proprio così: - Il bambino Massimiliano è atteso dal papà alla cabina 19 –Le cabine erano in fondo alla spiaggia, vicino alle docce. Erano in ordine progressivo, e ogni albergo o pensione faceva riferimento, sulla spiaggia, a una determinata cabina. Era impossibile sbagliarsi.Prendendo come riferimento la cabina, mi ero accorto di non essermi allontanato poi così tanto.A distanza di anni sono certo che mio padre non mi avesse lasciato un attimo con lo sguardo e che mi avesse osservato per tutto il tempo in cui ero rimasto in acqua, e che mi avesse visto anche risalire e gettarmi in acqua di nuovo.Davanti alla cabina 19 mi aspettava mio papà, le mani sui fianchi.Quando ero arrivato a pochi passi da lui, senza dire niente, aveva cominciato a camminare in direzione del nostro ombrellone.Poteva essere quasi mezzogiorno a quel punto, credo.Io l’avevo seguito in silenzio, a testa bassa, mentre le gocce d’acqua che mi scendevano dalla testa cadevano dentro la sua ombra, che in quel momento si stagliava nitida e precisa sulla sabbia bollente.

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Teclado e Mouse said...

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