Il diario dei sogni, di Marco Candida.

La seconda prova letteraria di Marco Candida è un libro strepitoso. Un certo Verino Lunari –ego alter dell’autore? no, dice l'autore a più riprese- racconta di come, dopo esser riuscito a pubblicare il suo primo romanzo e per questo essersi giocato fidanzata, laurea ed amicizie, assume un farmaco per calmare ansia e panico, e da lì comincia a fare sogni particolarmente lucidi, tanto da convincersi a trascriverli. Ne esce una parodica autoanalisi d'autore, dove l'autore si prende gioco di se stesso, delle proprie paure e del raggiunto status di scrittore.

Quella di Marco Candida è una scrittura precisa al limite del nerd grammaticale, ipertecnica ed iperrealistica, con chiare intenzioni postmoderne nel giocare con i generi letterari e nel tentare di interpretare l’inconscio come un linguaggio (nonostante Verino Lunari neghi, pare di sentire Lacan), ed è molto abile nell’incastrare sogno e realtà, con certo senso del sarcasmo e del gotico (ma non del grottesco, come se la morte nei suoi incubi non fosse contemplata ), e a riprodurre l’alternarsi ed intrecciarsi dell’attività onirica fino al verificarsi della combinazione di stati d’animo che sfocia nell’incubo.

In mezzo a trovate molto personali, vi si trovano anche alcuni leit motiv tipici, come la vagina dentata (abbondantemente documentata nella letteratura del magico e dell’inconscio: un caso esemplare, Neil Gaiman, American Gods), la tumulazione di una persona viva (Edgard Allan Poe, la Casa degli Usher, cui, tra l’altro, il finale libro sembra pareggiare). A mio avviso il punto più bello del libro è quando Verino Lunari ha la splendida trovata di esplicare la metafora che lega la sua auto a GPL e l’esistenza: la vita di una persona si dipana attorno a bisogni emotivi o fisici, così come la strada che lui sceglie in auto è vincolata alla disponibilità di aree di rifornimento GPL
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