Sardinia Blues, di Flavio Soriga

Quella di Soriga è una Sardegna in dichiarata polemica con la Sardegna in cartolina dei continentali, quella che i narratori sardi, secondo lui, raccontano per il mercato italiano, come coloniali che si adeguano al gusto esotista della metropoli. Quella di Soriga è una Sardegna globalizzata, postmoderna e tristemente discotecara, dove la discoteca è 'l'elettrica gabbia delle scimmie' ed i pastori e i banditi sono omosessuali in conflitto coi figli. E' una Sardegna per nulla tradizionale, che sogna nuraghi rivisti da Andy Warhol, una Sardegna di tossici, talassemici e badanti polacche che sposano anziani nobili decaduti. Una Sardegna che si ribella a sé stessa o almeno all'immagine che le danno e che si dà. Forse, in questo romanzo triste e profondo, il protagonista non è il protagonista. Il protagonista è la voglia di vivere, o anche è la talassemia. “Sardinia blues” racconta la talassemia, o più esattamente i talassemici, ma non si può definire un romanzo sulla talassemia. E' un romanzo sulla voglia di vivere e sulla sardità, di una Sardegna tremendamente provinciale e stanca di esserlo, stanca di essere la rappresentazione di sé stessa. E', in definitiva, un romanzo che vale la pena di leggere.

Marco Lauri.
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Cabina 19

di Massimiliano Maestrello
C’è un odore che riconosco sempre quando arrivo in una cittadina di mare in piena estate, ed è quello di plastica cotta dal sole che si sente arrivare dai tanti negozietti affacciati sulle strade, con i salvagente e i gommoni e i sandali e i giocattoli lasciati in esposizione a scolorire sotto i raggi del sole.Quando ero bambino, durante i viaggi che facevo con i miei genitori per andare in vacanza – seduto sul sedile posteriore insieme a mia sorella, il finestrino con la sicura per i bambini abbassato a metà – quell’odore aveva un preciso significato, ovvero che eravamo quasi arrivati a destinazione.Sentivo quell’odore e poco dopo ero certo che saremmo arrivati in un punto della strada sgombro di case da cui si poteva ammirare la distesa azzurra e luccicante di riflessi del mare.- Eccoci arrivati - diceva mio padre, e io e mia sorella ci schiacciavamo contro il finestrino a guardare quello spettacolo che all’epoca ci appariva incredibile e meraviglioso.Poi, una volta arrivati nel centro del paese ci mettevamo alla ricerca del nostro albergo o della nostra pensione.Voleva cambiare località di mare ogni anno, mio padre. Quando per qualche motivo capitava di tornare nello stesso posto dell’anno precedente, cercava almeno di scegliere un altro hotel o una diversa sistemazione, magari al lato opposto della cittadina di mare di turno.Per cui, la scena della ricerca del nostro alloggio si ripeteva sempre uguale negli anni. Ai miei occhi di bambino, tutto quello sbagliare strade e tornare indietro e chiedere informazioni ai passanti era una perdita di tempo incalcolabile, e tutto quel tempo perso mi separava dal primo bagno in mare dell’estate, a cui stavo pensando da almeno qualche giorno.Non importava che fossimo partiti molto presto la mattina, e che più volte durante il viaggio i miei genitori mi avessero assicurato che saremmo arrivati sicuramente in spiaggia durante la tarda mattinata, e che avrei avuto tutto il tempo di fare il bagno. – Farai anche in tempo a stufarti -, diceva mia madre, come al solito.Lo stesso, mi sembrava che il mondo complottasse contro di me e contro la mia voglia di gettarmi in mare.Se andavamo in albergo, mi sembrava che mio padre dovesse firmare un numero assurdo di carte alla reception, oppure non capivo perché mia madre dovesse assolutamente sistemare delle cose dentro gli armadi non appena arrivati in camera. Poi, finalmente, arrivavamo in spiaggia.

Quella volta avevamo trovato, incredibilmente, pochissimo traffico lungo la strada e perciò ci eravamo fermati due volte in autogrill, una appena partiti e una poca prima di uscire dall’autostrada. Una volta arrivati in spiaggia, io ero arrabbiatissimo. Mi sembrava impossibile che quella maledetta brioche e quel panino – che mi sembrava di aver mangiato un secolo prima – mi impedissero di poter fare il bagno per un’altra ora: c’era questa regola, secondo mia mamma, per cui non si poteva entrare in acqua per qualche ora, dopo aver mangiato.Se fosse vero o meno, all’epoca, credo non mi importasse poi molto. Di certo, se avessi saputo di quella attesa che mi aspettava, avrei volentieri rinunciato alla brioche e al panino.Da quel momento, mentre guardavo le teste delle persone uscire dall’acqua standomene seduto sul mio asciugamano, credo di aver iniziato a chiedere che ore fossero ad intervalli regolari, risultando fastidiosissimo. Mi rispondeva sempre mia madre. Mio padre, seduto sullo sdraio, leggeva il giornale e faceva finta di non sentire. Sapevo di rischiare, perché quando faceva così voleva dire che sarebbe esploso in una sgridata, poco dopo.- Non dovete accompagnarmi per forza – avevo detto a mia madre ad un certo punto. Poi avevo indicato mia sorella: - Potete accompagnare lei in mare che è più piccola, io ci posso andare anche da solo. Ho nove anni -- Non dire sciocchezze – aveva risposto mia madre. – Fra un po’ andiamo tutti insieme -Mio padre aveva abbassato il giornale. Pensavo mi avrebbe sgridato, o detto di smetterla, invece aveva detto solamente: - Se vuole andare, lascialo andare -Poi aveva guardato me, e l’aveva ripetuto: - Se vuoi andare da solo, vai pure -Ero rimasto spiazzato, ma mentre stavo ancora pensando se quella frase fosse una specie di prova, o se alzarmi davvero mi sarebbe costato una punizione o qualcosa del genere, mi ero trovato in piedi, a raccogliere i braccioli da terra, diretto verso la riva.A metà strada, camminando nella sabbia bollente, avevo pensato che non potevo tornare indietro, a quel punto.Perciò, mi ero buttato in acqua.Si stava bene, l’acqua era fresca e limpida. Avevo nuotato e mi ero lasciato cullare dalle piccole onde restando sdraiato sul dorso. Poi mi ero immerso e avevo raccolto conchiglie dal fondo. Ero rimasto a guardare dei ragazzi che giocavano a pallavolo con un grosso pallone colorato. Avevo visto un papà che teneva sulle spalle il figlio e poi lo lanciava in acqua.Avevo pensato che ormai poteva essere arrivata l’ora anche per i miei genitori di fare il bagno, e che anche mio papà mi avrebbe fatto fare i tuffi.Allora avevo deciso di tornare all’ombrellone a chiamarlo. Solo in quel momento mi ero accorto di essere entrato in acqua senza darmi nessun punto di riferimento. Non avevo fatto caso di che colore fosse il nostro ombrellone, né se fosse vicino a qualche punto facilmente memorizzabile. Avevo camminato per un pò tra gli sdrai e gli asciugamani, ma non riuscivo a trovare i miei genitori.Forse, avevo pensato, erano andati anche loro a fare il bagno, ed ero tornato in acqua, sperando di vederli. Non c’erano.Poi si era sentita una voce di ragazza venire dagli altoparlanti che diffondevano musica sulla spiaggia.- Il bambino Massimiliano è atteso dal papà alla cabina 19 – si era sentito. Aveva detto proprio così: - Il bambino Massimiliano è atteso dal papà alla cabina 19 –Le cabine erano in fondo alla spiaggia, vicino alle docce. Erano in ordine progressivo, e ogni albergo o pensione faceva riferimento, sulla spiaggia, a una determinata cabina. Era impossibile sbagliarsi.Prendendo come riferimento la cabina, mi ero accorto di non essermi allontanato poi così tanto.A distanza di anni sono certo che mio padre non mi avesse lasciato un attimo con lo sguardo e che mi avesse osservato per tutto il tempo in cui ero rimasto in acqua, e che mi avesse visto anche risalire e gettarmi in acqua di nuovo.Davanti alla cabina 19 mi aspettava mio papà, le mani sui fianchi.Quando ero arrivato a pochi passi da lui, senza dire niente, aveva cominciato a camminare in direzione del nostro ombrellone.Poteva essere quasi mezzogiorno a quel punto, credo.Io l’avevo seguito in silenzio, a testa bassa, mentre le gocce d’acqua che mi scendevano dalla testa cadevano dentro la sua ombra, che in quel momento si stagliava nitida e precisa sulla sabbia bollente.
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Il diario dei sogni, di Marco Candida.

La seconda prova letteraria di Marco Candida è un libro strepitoso. Un certo Verino Lunari –ego alter dell’autore? no, dice l'autore a più riprese- racconta di come, dopo esser riuscito a pubblicare il suo primo romanzo e per questo essersi giocato fidanzata, laurea ed amicizie, assume un farmaco per calmare ansia e panico, e da lì comincia a fare sogni particolarmente lucidi, tanto da convincersi a trascriverli. Ne esce una parodica autoanalisi d'autore, dove l'autore si prende gioco di se stesso, delle proprie paure e del raggiunto status di scrittore.

Quella di Marco Candida è una scrittura precisa al limite del nerd grammaticale, ipertecnica ed iperrealistica, con chiare intenzioni postmoderne nel giocare con i generi letterari e nel tentare di interpretare l’inconscio come un linguaggio (nonostante Verino Lunari neghi, pare di sentire Lacan), ed è molto abile nell’incastrare sogno e realtà, con certo senso del sarcasmo e del gotico (ma non del grottesco, come se la morte nei suoi incubi non fosse contemplata ), e a riprodurre l’alternarsi ed intrecciarsi dell’attività onirica fino al verificarsi della combinazione di stati d’animo che sfocia nell’incubo.

In mezzo a trovate molto personali, vi si trovano anche alcuni leit motiv tipici, come la vagina dentata (abbondantemente documentata nella letteratura del magico e dell’inconscio: un caso esemplare, Neil Gaiman, American Gods), la tumulazione di una persona viva (Edgard Allan Poe, la Casa degli Usher, cui, tra l’altro, il finale libro sembra pareggiare). A mio avviso il punto più bello del libro è quando Verino Lunari ha la splendida trovata di esplicare la metafora che lega la sua auto a GPL e l’esistenza: la vita di una persona si dipana attorno a bisogni emotivi o fisici, così come la strada che lui sceglie in auto è vincolata alla disponibilità di aree di rifornimento GPL
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Lontano da ogni cosa - di Mattia Signorini

Storia di come i sogni separano ed intrecciano le vite di tre amici, due ragazzi e una ragazza, accomunati dal desiderio di andare oltre le convenzioni per affermare un “io” autentico, non dettato da altri. Un triangolo d’amore e amicizia, in cui il protagonista riesce a realizzare il suo sogno di sceneggiatore ma i suoi due amici vengono piano piano feriti dal destino che si sono scelti. Il finale è forse un po’ edulcorato, ma Mattia sa come raccontare una storia.

“Un buon lavoro… (non è fatto) di trovate geniali ad ogni scena, ma piccoli interventi centellinati”
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NUNZIO VOBIS GUADIUM MAGNUM

da marzo 2008 in libreria
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"In Principio Erano Le Mutande" di Rossana Campo vs "Non è Niente" di Ilaria Bernardini

In Principio Erano Le Mutande (’92) di Rossana Campo è un romanzo di formazione che racconta l’esperienza al femminile della realizzazione del sé, che passa attraverso l’emancipazione di una ragazza dalla famiglia, la ricerca del partner che le faccia da spalla e occasionalmente la tragga d’impiccio, e la nascita di un figlio. Dal punto di vista della lingua e mitologia urbana é interessante per via del tentativo ben riuscito di trasporre sulla carta la lingua parlata. È altresì interessante osservare lo scarto culturale occorso in poco più di un decennio se si confronta questo romanzo di formazione con un altro ottimo esempio, di tredici anni più giovane: Non È Niente (’05), di Ilaria Bernardini. Ne In Principio Erano Le Mutande la completa realizzazione della vita affettiva della protagonista avviene su due piani: quello affettivo (riconquista del patner perduto) e su quello sessuale (nascita di un figlio). L’idillio si compie quando il padre del figlio che porta in grembo ritorna da lei, e mette fine ai suoi dubbi sul futuro. In Non È Niente la realizzazione della protagonista avviene anche su un terzo piano: sul piano affettivo (riconquista il suo ragazzo, dopo averlo perduto, e lo status di fidanzata alla pari, non “costola d’adamo”), sul piano sessuale (aspetta un figlio da lui) e sul piano professionale (è la protagonista di un film). Lo sguardo di Ilaria Bernardini è femminile, iperrealistico, psicanalitico, descrittivo (bellissimo il momento in cui la protagonista si rende conto di essere stata in parte la causa dei tradimenti del suo fidanzato). Lo sguardo di Rossana Campo è femminista, settecentesco (nel senso in cui può esserlo Cime Tempestose o Fanny Hill), autoironico e mordace. Per certi versi sembrano due punti di vista opposti: in Rossano Campo la protagonista continua a dichiararsi debole, fragile e in balia degli uomini, ma fino alla fine sbatte in faccia al futuro marito/compagno che può farcela anche da sola, lui deve solo dire se gli piacciono gli happy end o i finali tragici. Nel romanzo di Ilaria Bernardini, invece, si ha come l’impressione che la protagonista continui a ripetere con troppa sicurezza di aver già elaborato il dolore. Due bellissimi romanzi.

Loris Righetto
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Intervista con il Tigre

Di Massimiliano Maestrello


Scendi dalla macchina con la camicia che ti si appiccica addosso per il gran caldo.
Guardi l’orologio. Sei in anticipo.
Nelle tasche dei jeans hai un piccolo registratore vocale e un block notes. Ti guardi attorno, mentre la mano va automaticamente a prendere il blocco. Scarabocchi qualche nota: Caldo afoso. Periferia. Capannoni e fabbriche in lontananza. Zanzare grosse come elefanti.
Apri la portiera della macchina. Con un po’ di fortuna, pensi, potresti trovare una bottiglia d’acqua cominciata, dispersa da qualche parte sotto i sedili.
“La Tana delle Tigri sorge in un angolo di periferia come ce ne sono di simili in tutto il mondo. Ma il parcheggio semivuoto ti fa capire che il locale ha visto tempo migliori”.
Pensi che potrebbe essere un buon inizio, per il pezzo che devi scrivere. Lo ripeti mentalmente, mentre apri anche il cassetto portaoggetti, nella speranza di trovare qualcosa da bere.
D’ accordo – pensi - nessuna bottiglia d’acqua dispersa sotto i sedili né dentro il portaoggetti. Meglio entrare e ordinare una birra ghiacciata.La Tana delle Tigri: l’insegna al neon, rossa, ronza sopra la porta d’ingresso. Le scariche elettriche delle macchine antizanzare – piazzate ovunque, attorno ai tavoli disposti ordinatamente nella zona all’aperto sotto la pergola - si susseguono di continuo, come frustate nell’aria immobile di questa sera d’agosto.
C’è un buttafuori, davanti alla porta. Appena ti vede arrivare, si mette davanti all’ingresso.
Ti saluta con un cenno del capo, poi ti chiede se sei in lista.
Gli dici di no, ma hai già in mano il tesserino da giornalista, con il tuo nome, e il logo del giornale per il quale lavori.
– Per l’intervista all’Uomo Tigre -, aggiungi.
- Solo un attimo - ti risponde, e porta la ricetrasmittente che tiene appesa alla cintura davanti alla bocca. Lo senti ripetere il tuo nome a qualcuno che, dall’altra parte, gracchia qualcosa come risposta.
- Può andare -, ti dice il buttafuori, e ti apre la porta.
Nel locale c’è pochissima gente. E’evidente che non c’è bisogno di una lista, che la maggior parte dei tavoli rimarrà vuota anche questa sera, e che il buttafuori è una specie di trucco piazzato davanti all’ingresso, a suggerire che potrebbe veramente servire l’intervento di un energumeno, ad un certo punto della serata.
Sorridi, chiedendoti se il buttafuori si sia mai domandato quanto possa essere utile, in un locale frequentato da ex lottatori di professione.
Ti avvicini al banco. La barista è una ragazza bionda e annoiata che fuma una sigaretta.
- Una birra -, le dici.
La guardi spegnere la cicca nel posacenere con gesti lenti, spinare la birra, posarti davanti il boccale e tornare ad accendersi una nuova sigaretta.
Ti siedi su uno sgabello vicino al bancone, mentre la prima sorsata di birra scende a rinfrescarti.
La storia della Tana delle Tigri la conoscono un po’ tutti, pensi, ma forse sarebbe il caso di riportarla brevemente nell’articolo.
L’apertura era stata considerata un evento, qualche anno fa, e per un lungo periodo il locale aveva fatto il pienone praticamente tutte le sere.
Era diventato il posto in cui era necessario andare.
Vip e piccole starlette della televisione invitati ad animare le serate, e lunghe file di persone ammassate davanti all’ingresso che speravano di poter entrare.
C’erano state anche delle buone recensioni sui giornali.
Il punto di forza, avevano scritto, era la possibilità di potersi muovere in un locale in cui potevi incontrare e magari scambiare due chiacchiere con lottatori come Inoki, o il gigante Baba o anche con La Maschera della Morte Rossa.
Mister X, avevano scritto, si era riciclato in maniera geniale: i suoi lottatori, diventati troppo vecchi per combattere - o magari semplicemente fuori moda – erano stati reclutati per un nuovo compito: impersonare se stessi in quel circo della nostalgia che era il locale, per la gioia di una generazione che quegli stessi wrestler aveva visto combattere sul ring contro l’Uomo Tigre.
Una massa di perdenti, dicevano i malevoli, ma era indubbio che quel gruppo di losers, con i loro nomi e le loro maschere improbabili, era rimasto nella memoria collettiva di un nutrito gruppo di trentenni dell’epoca. Che, infatti, avevano volentieri pagato cifre improponibili per l’ingresso e per i cocktail, pur di portare a casa un autografo o una foto in cui apparivano sorridenti accanto a Mister X o a qualche lottatore della sua scuderia.
C’era stata anche quella pubblicità di successo per il lancio del locale: il gruppo della Tana delle Tigri al gran completo, che guardava in modo truce verso l’obiettivo. Più in basso la scritta: Se vieni tu, manca solo l’Uomo Tigre.
Indichi alla barista annoiata il tuo bicchiere quasi vuoto. – Un’altra, per favore -, le dici.
Più o meno nello stesso periodo, erano cominciate a girare le voci sull’Uomo Tigre. Si diceva che i soldi vinti con gli incontri, all’ orfanotrofio in cui era cresciuto, non arrivassero più.
Che preferisse spenderli in macchine di lusso, o – come sostenevano i malvagi – che avesse qualche vizio da mantenere.
Che fosse fuori forma, quello lo si vedeva anche sul ring. Era appesantito, certo, e molto più lento che in passato, ma per una decina di incontri era riuscito comunque a portare a casa la vittoria e, in definitiva, a comportarsi come tutti ci aspettavano si comportasse l’Uomo Tigre.
La cameriera ti appoggia davanti il nuovo bicchiere. La ringrazi, e lei si stira in un sorriso che sembrerebbe falso anche a chilometri di distanza.
Poi, qualche mese dopo, c’era stato l’incontro con la Mantide Religiosa: un lottatore semisconosciuto, poco tecnico, venuto chissà da dove, con un costume verde brillante buono più per carnevale che per un incontro di wrestling.
L’ Uomo Tigre, in quell’occasione, si era presentato ancora meno in forma dei mesi precedenti, visibilmente più grasso ed impacciato, e aveva – a sorpresa – perso.
La Mantide l’aveva buttato a terra facilmente dopo due round, l’aveva bloccato al tappeto e l’arbitro aveva scandito – mentre un’intera arena ammutoliva – i dieci secondi che decretavano la prima sconfitta dell’Uomo Tigre.
La Mantide Religiosa - forse confuso per essere entrato in maniera così improvvisa ed incredibile nella storia - nell’atmosfera irreale dei secondi immediatamente successivi alla sua vittoria, non aveva fatto quello che decine di lottatori prima di lui avevano da sempre sognato di fare: togliere la maschera all’Uomo Tigre e rivelarne finalmente l’identità.
L’Uomo Tigre, il giorno dopo, aveva promesso davanti alle telecamere che avrebbe riconquistato il titolo, e aveva lanciato la sfida alla Mantide Religiosa per un nuovo match, il mese successivo.
La Mantide aveva accettato; in ogni caso, era comunque entrato nella storia del wrestling. E, in ogni caso, tra interviste, foto e apparizioni in televisione, avrebbe guadagnato di più in quel singolo mese che in tutta la sua carriera di lottatore.
Intanto, le televisioni si erano giocate i diritti per la diretta di quello che si preannunciava già come l’evento dell’anno.
Un mese dopo, tutti ci aspettavamo di vedere il Tigre di nuovo in forma sul ring, agile e veloce e preciso e determinato come ai tempi d’oro. Invece, ci eravamo stupiti di trovarlo ancora più grasso, impacciato e quasi spaesato sul ring. Di nuovo, la Mantide lo mise al tappeto in poco più di due riprese. E, di nuovo, non gli tolse la maschera.
Poco dopo, davanti agli intervistatori e ai flash dei fotografi, aveva dichiarato – con una frase che sembrava studiata da giorni – che non c’era bisogno di mostrare il volto dell’Uomo Tigre; la faccia l’aveva già persa negli ultimi due incontri, contro di lui, dimostrando di non avere più niente del lottatore di una volta; anzi – aveva aggiunto – non era nemmeno sicuro che lo si potesse definire ancora, dopo le ultime penose performances, un lottatore.
Mentre finisci di bere la tua seconda birra senti una voce che chiama il tuo cognome. Ti volti, e Mister X in persona ti viene incontro con la mano tesa. Indossa il doppiopetto viola e il cilindro – ormai è quasi un vestito di scena - e preferisci non immaginare quanto possa sudare, conciato in quel modo.
Vi stringete la mano. – E’ un piacere averla qui, - dice con la voce irritante e stridula che hai sentito centinaia di volte giurare vendetta sull’uomo mascherato da tigre.
- L’Uomo Tigre arriverà a momenti, si sta preparando -, ti dice.
– Nel frattempo, le lascio questo, nel caso le interessasse parlare con qualcun altro dei miei lottatori, in futuro – e mentre ti allunga il suo biglietto da visita pensi che se mai dovessi dare una definizione di viscido, Mister X potrebbe essere un ottimo esempio.
Gli rispondi che, sinceramente, non sai quanto potrà essere lusinghiero, il pezzo che intendi scrivere. Nelle tue intenzioni, provi a spiegargli, dovresti far vedere come si può ridurre qualcuno che un tempo è stato una leggenda.
Dici: - Non credo che l’Uomo Tigre avrebbe mai immaginato di potersi trovare qui, un giorno, se capisce cosa intendo -.
Mister X passa il pollice e l’indice lungo uno dei suoi sottili baffetti e sorride: - Lo so bene. - ti dice. – Ma ci sono lottatori che potrebbero raccontarle qualcosa di interessante sull’Uomo Tigre, se solo lei lo volesse – .
Vorresti dirgli che non ti interessa scavare nel torbido della vita dell’Uomo Tigre più di quanto non sia già stato fatto e che ormai lui e i suoi lottatori e il suo locale sono stati sfruttati e gettati nel dimenticatoio. Vorresti dirgli che il pezzo che ti hanno dato da scrivere occuperà appena mezza pagina nello sport, che nella rubrica “Dieci anni fa è successo…” ricorderai brevemente la prima sconfitta dell’Uomo Tigre e aggiungerai poche righe di intervista al protagonista come fai sempre e nulla più, ma Mister X ti precede.
– Vado a chiamarle l’Uomo Tigre, - dice, e indica alla cameriera il tuo bicchiere. – Quello che ha bevuto il signore lo offriamo noi – la avverte, e ti stringe nuovamente la mano. – Buona permanenza alla Tana delle Tigri -, aggiunge, quasi dovessi fermarti per dei giorni, e poi lo guardi scomparire dietro una porta su cui campeggia la scritta Privato.
Infili il biglietto da visita nel taccuino e bevi l’ultimo sorso di birra.
Ti sposti dal bancone e vai a sederti su uno dei tanti tavoli vuoti. Appoggi di fronte a te il registratore vocale e ripassi le domande che hai scritto sul block notes.
Poco dopo, dalla stessa porta dietro cui è sparito Mister X, appare l’Uomo Tigre. O meglio, quella che a prima vista ti sembra la controfigura flaccida e obesa dell’Uomo Tigre.
E mentre lo guardi camminare verso il tuo tavolo – la maschera calata sulla faccia a nascondere un segreto che non interessa più a nessuno, il mantello tigrato a coprire un fisico che non ha più niente di atletico – pensi a quando un uomo che per anni ha segnato la storia di uno sport, è dovuto entrare in questo locale, e ha chiesto di poter parlare con Mister X per farsi assumere.
Pensi che se c’è un momento esatto in cui la leggenda dell’Uomo Tigre è finita non è stato quella sera sul ring, dopo l’incontro con la Mantide Religiosa, ma quando è entrato qui dentro. Dopo gli incontri - tutti persi – con altri lottatori mediocri. Dopo aver perso ogni credibilità. Dopo essere diventato, da leggenda, la barzelletta del mondo della lotta. Dopo aver perso ogni contratto e quindi la possibilità di combattere. Dopo che vip e starlette della televisione avevano deciso che la Tana delle Tigri non era più abbastanza in, e il locale aveva cominciato la sua parabola discendente.
E nonostante questo, hai l’ immagine nitida e precisa davanti agli occhi di Mister X che ride la sua risata irritante, mentre si accorge che quello che non è riuscito a fare insieme ai suoi lottatori in anni di sfide, è riuscito a farlo un destino crudele.
Voleva che l’Uomo Tigre tornasse alla Tana delle Tigri, e l’Uomo Tigre era tornato.
Voleva l’Uomo Tigre sotto il suo potere, e l’Uomo Tigre era ora alle sue dipendenze.
Se cercava una vendetta, l’aveva ottenuta, alla fine.
Per quello che ne sapevi, Mister X poteva essere ovunque, ogni sera, a spiare soddisfatto un umiliato Uomo Tigre che girava per il locale bardato come ai tempi d’oro, triste ricordo di quello che era stato.
L’Uomo Tigre ti guarda e ti dice: - Ho tempo per bere qualcosa? – e senza aspettare che tu gli risponda si dirige verso il banco.
La cameriera annoiata gli prepara una birra. Lui si alza la maschera fin sopra il naso e, anche da qui, puoi vedere distintamente le grosse gocce di sudore che gli scendono lungo il collo. Beve a lunghe sorsate fino a finire il bicchiere, poi si cala di nuovo la maschera sul volto e si avvicina al tuo tavolo.
Prende la sedia che ti sta di fronte e si siede.
Lo senti prendere un respiro, poi ti chiede: - Cominciamo? –, e mai come in questo momento la bocca spalancata della maschera ti appare come un grido concavo o un urlo spezzato mentre chiede aiuto.

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